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Abluka – Frenzy recensione Venezia 72: la follia strisciante che genera mostri

Emin Alper è uno dei più giovani registi in corsa per il Leone d’Oro in questa 72esima edizione del Festival del cinema di Venezia. Il suo Abluka – Frenzy è senza dubbio una delle opere più interessanti presentate in concorso, applauditissima dai giornalisti. Sullo sfondo di una Turchia sfocata, illuminata soltanto dai fuochi della guerriglia urbana alimentata dalla polizia, due fratelli si ritrovano dopo vent’anni.

Lo scenario è degradante, il film indaga la realtà dei protagonisti inscritta in una baraccopoli sotto assedio da uno polizia sempre più tentacolare, violenta ed invadente. Il clima di sospetto e di terrore viene instillato direttamente dallo Stato, ognuno sopravvive come può, come riesce, cercando di mantenere intatta la propria umanità. Il fratello più giovane è stato abbandonato da moglie e figli e svolge un lavoro crudele: uccide i cani randagi per conto del comune. Il fratello maggiore, invece, in libertà condizionata oltre ad occuparsi della raccolta della spazzatura è chiamato a segnalare i cittadini che producono rifiuti sospetti.

A ognuno i propri demoni, a ognuno la difficoltosa ricerca di una parvenza di affetto e sicurezza. Ad entrambi la follia che esplode ineluttabile in una miscela letale di tragedia privata e collettiva. Disturbante, invadente, forte, straniante nonché ricco di metafore che si colgono appieno soltanto a posteriori. I suoni hanno un ruolo centrale nel plot: invadenti, gracchianti, spaventosi arrivano a infastidire sensibilmente anche lo spettatore. Un film che fa centro e che merita attenzione.

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