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Accademia della Crusca, 431 anni dall’inaugurazione: il Presidente, “Un popolo non può rinunciare a se stesso, ai propri segni d’identità”

Per “Urban Memories” celebriamo oggi i quattrocentotrentuno anni dall’inaugurazione dell’Accademia della Crusca, una delle più prestigiose istituzioni linguistiche d’Italia e del mondo: era infatti il 25 Marzo 1585 quando, dopo anni di attività già in corso, veniva formalmente inaugurata la prestigiosa accademia fiorentina. La nostra redazione ha intervistato Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca: dalla vicenda di “petaloso” alla salvaguardia della lingua italiana, ecco cosa ci ha raccontato.

Dal 1585 ad oggi, quali erano e quali sono i compiti dell’Accademia della Crusca?

“I compiti previsti dallo Statuto sono innumerevoli, dagli studi scientifici alla protezione: essendo l’Accademia la più importante istituzione al mondo relativa alla lingua italiana, i compiti gravitano tutti intorno alla nostra lingua. La diffusione dell’italiano all’estero è invece compito dell’Accademia Dante Alighieri: possiamo dire che l’Accademia della Crusca si occupa della ‘politica interna’ e, per fare questo, opera sia sul campo della divulgazione sia nel campo accademico/scientifico.”

Da “petaloso” alla recente discussione su “il/la meteo”: qual è il rapporto che l’Accademia della Crusca ha con gli italiani e con la modernità?

“Questi sono già esempi calzanti: nel primo caso, quello di ‘petaloso’, l’Accademia ha identificato in questo neologismo nato in Italia un termine con possibile circolazione nella lingua italiana. L’altro caso, quelle de ‘il meteo/la meteo’, riguarda l’italiano che ha corso in Svizzera: nessun italiano direbbe mai “la meteo” ma è vero che esistono tanti usi dell’italiano della Svizzera che non possiamo chiamare anonimi, in quanto tipici di una comunità diversa da quella italiana. Ricordo, per esempio, che quando insegnavo in Svizzera leggevo spesso ‘Vietato traversare i binari’, chiaro esempio di come l’italiano svizzero sia molto più simile ai dialetti ticinesi. Dal punto di vista scientifico, è interessante osservare quello che accade all’italiano in comunità diverse da quelle dentro i confini nazionali: anche questo, insomma, è un modo per essere attenti alla modernità dell’italiano e alla sua storia che non è tutta chiusa all’interno dei confini d’Italia”

Parliamo ora di “politica interna”: qual è il rapporto con l’evolversi della lingua italiana e con tutti i neologismi di derivazione straniera?

“Seppur di derivazione straniera, un termine naturalizzato è considerato quasi come una parola italiana: dico quasi perché spesso producono un’infrazione ad una consuetudine, ad un vantaggio tipico dell’italiano che è quello dell’aderenza sostanziale tra grafia e pronuncia. La parola straniera produce sempre una piccola falla dentro il sistema: avessimo più coraggio potremmo pensare di adattare parole, come ad esempio computer, almeno al sistema della grafia italiana. Il problema che l’Accademia della Crusca ha spesso sollevato, però, non riguarda le parole di uso comune bensì quelle che non sono affatto di uso comune ma che possono venire a turbare un rapporto diretto tra il cittadino e la pubblica amministrazione: pensiamo a ‘bail in’, quanti italiani sanno tradurre alla lettera questo termine che – tra l’altro – arriva dallo slang? In questi casi siamo convinti sia più giusto avere un corrispondente italiano: per una buona comunicazione sociale è importante che parole di questo tipo non vengano inserite nelle leggi”

Quanto è importante difendere e salvaguardare la nostra lingua nonostante non sia, come ad esempio l’inglese, una lingua universalmente parlata e riconosciuta?

“E’ importante: un popolo non può rinunciare a se stesso, ai propri segni d’identità. E’ una forma di autodistruzione che credo non possa essere chiesta a nessuno. Oltre al fatto che l’italiano è la lingua di grandi tradizioni culturali in Europa, l’Italia è una delle nazioni più popolose d’Europa insieme alla Germania, la Francia e la Spagna: quest’ultima ha naturalmente la sponda d’oltre oceano e, di conseguenza, uno sbocco internazionale che l’Italia non può avere. L’Italia non è certo una piccola nazione di scarso significato e poi, lasciando da parte il politicamente corretto, si può avere anche il coraggio di dire che il nostro Paese ha una grande tradizione culturale: osservando la storia d’Europa, soprattutto quella dal Medioevo al Rinascimento, si nota come i prodotti di lingua italiana abbiano avuto un grandissimo peso.”

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