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Agenzia delle Entrate, accertamenti bancari: anche per i lavoratori dipendenti?

Gli accertamenti sui conti correnti dei contribuenti, disposti dall’Agenzia delle Entrate in caso di movimentazioni “sospette”, hanno da sempre tolto il sonno ai soli professionisti e imprenditori, escludendo i lavoratori dipendenti. Sul fronte fiscale, tuttavia, c’è una novità importante: anche i lavoratori che percepiscono mensilmente il proprio stipendio possono essere sottoposti a controlli da parte dell’Ente di riscossione in caso di movimentazioni non tracciate. A stabilirlo è la Corte di cassazione che, con un’ordinanza emessa ieri, 7 gennaio 2019, ha esteso la presunzione per cui tutti i versamenti ingiustificati sarebbero dei ricavi non dichiarati anche ai lavoratori dipendenti.

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Gli accertamenti bancari da parte del Fisco si estendono ai lavoratori dipendenti: lo dice la Cassazione

La giornata di ieri, 7 gennaio 2019, è stata una giornata di importanti cambiamenti sul fronte fiscale: con l’emissione dell’ordinanza n. 104/2019, la Cassazione consente all’Ente di riscossione nazionale di contestare al lavoratore dipendente i movimenti bancari apparentemente sospetti. Il tutto è inteso a combattere l’evasione fiscale che non sempre riguarda esclusivamente i lavoratori professionisti, tenuti ad emettere fattura o agli imprenditori in generale. Anche i contribuenti che percepiscono o stipendio possono omettere di dichiarare redditi percepiti al di fuori del rapporto di lavoro e evadere le tasse. Da ieri l’evasione potrebbe essere più difficile poiché il fisco può contestare i ricavi in nero delle aziende anche sulla base delle indagini sui conti bancari dei dipendenti. In buona sostanza, come afferma la Cassazione: la presunzione di cui agli art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973 e 51 del d.P.R. n. 633 del 1972, ovvero la presunzione per cui tutti i versamenti ingiustificati sui conti correnti sarebbero dei ricavi non dichiarati, vale anche per i privati i quali, al pari degli imprenditori, saranno tenuti a giustificare i movimenti monetari non giustificati dallo stipendio in caso di richiesta da parte del fisco.

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Accertamenti sui conti correnti estesi ai lavoratori dipendenti: il caso

La Corte di cassazione che, con l’ordinanza 104/2019, (Sez. 6-5), depositata il 7 gennaio, ha respinto il ricorso di una dipendente che aveva ricevuto un accertamento sulla base di verifiche fatte sui suoi conti bancari. La pronuncia riguarda un giudizio scaturito dalla notifica di un avviso di accertamento per l’anno 2006 con il quale è stato contestato a una contribuente emiliana il conseguimento di redditi non dichiarati risultanti dalle movimentazioni bancarie ai sensi degli articoli 32 e 51, rispettivamente, del D.P.R. n. 600/73 e del D.P.R. n. 633/72. I primi due gradi di giudizio non hanno aiutato la contribuente, stabilendo che l’Amministrazione finanziaria, facendo ricorso a indagini bancarie, può contestare l’esistenza di redditi diversi anche rispetto a chi, come nel caso di specie, è titolare di redditi da lavoro dipendente e non da lavoro autonomo o d’impresa. Starebbe quindi in capo al contribuente contestato l’onere di giustificare la provenienza dei movimenti bancari oggetto di accertamento. La contribuente ricorreva in Cassazione ma senza esito. La Suprema Corte ha infatti specificato che la qualifica soggettiva del contribuente (che sia quini imprenditore, professionista o dipendente) non rileva e il fisco può accedere ai conti bancari di qualsiasi contribuente per verificare la regolarità delle transazioni.

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