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Alberto Stasi lettera dal carcere: “Io come Enzo Tortora”

Dalla cella del carcere di Bollate (Milano), dove è rinchiuso dal 12 dicembre scorso, in seguito alla condanna definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio della fidanzata, Chiara Poggi, inflittagli dalla Corte di Cassazione, Alberto Stasi rompe il silenzio. Il 32enne, che prima di essere tradotto in carcere aveva nuovamente proclamato la sua innocenza definendosi “vittima di un clamoroso errore giudiziario”, per la prima volta da quando è detenuto prende parola e scrive una lettera al Quotidiano Nazionale.

È un duro sfogo quello di Alberto Stasi, che si definisce un innocente in galera, vittima di una sentenza “già scritta dai giornali e dai media”, che avrebbe condizionato i giudici chiamati in causa. Stasi parla – citando il procuratore generale della Cassazione che aveva chiesto l’annullamento della sentenza e nuovo processo – di “perniciosa spettacolarizzazione” di cui sarebbe stata oggetto la sua lunga ed intricata vicenda giudiziaria.

“I fatti e le carte hanno sempre provato la mia innocenza e le nuove perizie fatte l’anno scorso avevano rafforzato questa verità […] Questo era il processo; io ho sempre saputo di essere innocente. Non nascondo di avere temuto l’assurdo epilogo che oggi sto vivendo, visto l’incomprensibile iter processuale che ho dovuto vivere”. E poi, denunciando l’assenza in Italia di uno Stato di diritto, il paragone con la figura di Enzo Tortora destinato inevitabilmente a far discutere: “In situazioni come queste, le persone Vengono esibite come trofei alzati al cielo dopo una vittoria. È sempre stato così e sempre sarà, da Sacco e Vanzetti a Tortora”.

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