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Alcolista recensione film: il surreale iperrealismo di Lucas Pavetto

Lucas Pavetto porta sul grande schermo la storia di un uomo accartocciato su sé stesso, abbracciato al proprio dolore e lo fa senza risparmiarci gli abissi più vertiginosi nei quali può sconfinare il pensiero umano. Alcolista è un thriller che strizza l’occhio al genere horror, al quale il regista è affezionato, ma tenta di addentrarsi nel difficile mondo della psiche umana mettendo da parte i buonismi. Già il sottotitolo, infatti, ci prepara ad accantonare il possibile miraggio dello spettatore: “Certe dipendenze non hanno cura“.

La sinossi è presto detta, Daniel (Bret Roberts) è sopraffatto dal dolore dopo la perdita della moglie e della figlia e si aggrappa alla bottiglia per riuscire a sopportare il peso dei ricordi. L’alcolismo lo ha ormai consumato e lo porta a vivere in uno stato di delirio maniacale nel quale la sua ossessione più grande è l’uccisione del proprio dirimpettaio, responsabile della morte dei suoi cari. Il nostro protagonista incontrerà Claire (Gabriella Wright), un’assistente sociale che si occupa del recupero degli alcolisti e che, naturalmente, interverrà per cercare di disintossicarlo.

A dispetto dei cliché presenti nella pellicola – la caduta nell’alcolismo in seguito alla perdita dei propri cari, l’assistente sociale che tenta un disperato salvataggio – non sono poche le sorprese che Alcolista riserva allo spettatore. Ci troviamo di fronte ad un film che si incanala nel complesso mondo del legame fra follia e dolore e cerca di farlo nell’unico modo in cui questo nesso possa essere mostrato: con ruvidità e rabbia. Daniel è una figura completamente divorata, in lui non c’è più spazio per alcuna volontà autonoma che non sia la vendetta tanto agognata. Allucinazioni, ossessioni, paranoia, disperazione sono le parole che meglio possono descrivere il suo stato d’animo, ma non si tratta certo di una caricatura o di un’esasperazione, ma se mai di realismo. Claire di contro, risulta invece un personaggio stereotipato nel suo tentativo di riportare Daniel ad una sorta di normalità: con i suoi modi artificiosi e poco credibili sembra il perfetto ritratto di chi, in situazioni analoghe, tenta di confrontarsi razionalmente con la follia. L’inconsistente recitazione di Gabriella Wright è quasi un pregio in questo caso, poiché, volutamente o meno, da vita ad un personaggio insipido e aggiunge un’ulteriore dose di banalità alle sue azioni. Daniel, infatti, non ha che un mondo fatto di incubi, vertigini, deliri e supplizi che fortunatamente non vengono utilizzati dal regista per elargire giudizi morali.

Pavetto ha curato Alcolista fin dalla sceneggiatura, scrivendola assieme a Massimo Vavassori e rendendola con un girato visivamente sfibrante, privilegiando scene buie che si immergono nella fotografia sciolta di Angelo Stramaglia. Il montaggio di Marcello Saurino riesce a dare fluidità alle continue inquadrature volutamente fuori fuoco, ideale per dare allo spettatore il POV di un alcolista e per dipingere lo stato d’animo di un uomo che vomita la sua stessa vita.

Alcolista si rivela quindi uno psicodramma godibile che riesce a dosare sapientemente realismo e delirio, ma che, purtroppo o per fortuna, si deve confrontare con i grandi mostri del genere come Antichrist di Lars Von Trier. In definitiva Lucas Pavetto riesce a mantenere lo stato di tensione che ci si aspetta da un thriller senza tralasciare la componente emotiva e psicologica, vero punto cardine della pellicola, regalando allo spettatore un bellissimo quadro del tormento.

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