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Allarme terrorismo: chiudere le frontiere serve davvero?

L’ultima strage di Bruxelles ha alzato ancora una volta la tragica asticella dell’allarme terrorismo in Europa. Uno dei temi più discussi sul punto è un ipotetico ritorno alla chiusura delle frontiere, la sospensione del trattato di Schengen. Ma una misura del genere, ovvero il chiudere le frontiere, potrebbe davvero servire almeno a limitare i danni, potenzialmente devastanti, provocabili da kamikaze che decidono di farsi saltare in aria per la causa in un posto qualunque ad un’ora qualunque, di un giorno qualunque della nostra vita quotidiana? Proviamo a ragionare.

Recentemente il Presidente del Consiglio Renzi ha sostenuto l’inutilità del chiudere le frontiere (sia interne all’UE, sia esterne), visto che i terroristi dell’Isis sono già qui. Di conseguenza limitare la circolazione delle persone per non farli entrare sarebbe del tutto fuori luogo, visto che sono già dentro. Detta così, Renzi ha perfettamente ragione. In realtà, almeno sul punto, Renzi avrebbe ragione anche dicendola in un qualsiasi altro modo. E’ purtroppo vero che vi sono affiliati dell’Isis che vivono in Europa, magari da anni, e che da qui, sfruttando pure conoscenze acquisite in loco, progettano e realizzano attentati devastanti, con l’intento di minare alla base la sicurezza della nostra quotidianità e colpirci così non solo fisicamente, ma anche psicologicamente.

C’è un però, che forse non è così di poco conto. Se è vero che il “non farli entrare” non serve, perché dentro ci sono già, potrebbe però essere di una certa utilità “non farli uscire”.  Non è la stessa cosa andare a stanare un terrorista cercandolo in un solo stato piuttosto in tutta l’Unione Europea, perché in grado di muoversi tranquillamente  ed in ogni momento all’interno dell’area Schengen. Se io so che un terrorista attualmente vive in Italia e so che non può uscire dall’Italia senza che io me ne accorga, lo andrò a cercare solo in Italia.

Limitare a monte i movimenti di nemici che non riusciamo e non possiamo riuscire a vedere, perché non girano con mitra e carri armati, non fanno parte di eserciti regolari e non applicano le pur drammatiche regole della guerra così come la conosciamo, può probabilmente essere una buona difesa. Non l’unica certo (andrebbe ad esempio stroncata in tutti i modi la continua ed esperta propaganda online perpetrata dall’Isis), ma a qualcosa dovrebbe servire.

C’è un altro ma, e anche questo non è per niente piccolo. Sospendere Schengen vuol dire, in buona sostanza, sospendere il progetto UE, sospendere quella che di fatto è una realtà concreta, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. L’Unione Europea si basa sullo scambio di conoscenze, sulla condivisione, è un progetto totalmente aperto, inclusivo, pure troppo per qualcuno, ma tant’è. Tornare indietro significa, o almeno può significare, cedere il fianco a quel nemico invisibile di cui sopra, che pur limitato nei movimenti, potrebbe trovare contromosse anche più efficaci . Se adesso il punto di forza dell’Isis è quello di sfruttare la libertà concessa da Schengen in gran parte degli stati di un continente più o meno unito, con la chiusura delle frontiere il terrorismo potrebbe puntare a giocare proprio su un ritorno alle divisioni tra nazioni. E’ vero che si tratterebbe comunque di una sospensione e non di un ritorno al passato, però… come non considerare una simile eventualità?

La sospensione dell’area Schengen imporrebbe la creazione di procedure, regolamenti, leggi redatte ad hoc per gestire la modifica strutturale dei flussi di persone. Senza contare la profonda diversità di un’epoca come quella in cui vigevano ancora le frontiere tra stati, rispetto a quella attuale. Insomma se mai si dovesse valutare seriamente una decisione del genere, certo non la si potrebbe prendere a cuor leggero, limitandosi a considerare che la minore possibilità di circolazione, valendo per tutti, graverebbe anche sui terroristi.

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