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Allarme Terrorismo in Italia, Gentiloni: “Carceri e web fonte di radicalizzazione, ma numeri inferiori ad altri Paesi”

Dopo la morte dell’attentatore di Berlino a Sesto San Giovanni, Milano, l’Italia è piombata nuovamente nella psicosi terrorismo. L’allarme di nuovi, possibili, attentati scuote la tranquillità degli italiani. Anche perché il killer della strage del 19 dicembre 2016 ha formato la propria ‘radicalizzazione’ in Italia, nelle carceri del Mezzogiorno. E nella giornata di oggi, giovedì 5 gennaio 2017, il Premier, Paolo Gentiloni, insieme al Ministro degli Interni, Minniti, ha fatto il punto della situazione sull’emergenza italiana in relazione all’allarme terrorismo.

“I percorsi di radicalizzazione si Sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri e nel web – ha dichiarato Paolo Gentiloni al termine dell’incontro con la Commissione di studio sul fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista – uno dei risultati più importanti  è  il fatto che questi percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete dall’altro più che in altri luoghi dove ci siamo in passato concentrati.”

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Numeri inferiori rispetto ad altri Paesi, come evidenziato dalla Commissione istituita lo scorso settembre: “C’è una specificità italiana nei fenomeni di radicalizzazione e per certi versi è più rassicurante, nel senso che le dimensioni numeriche della radicalizzazione sono minori che in altri Paesi, ma il fatto di avere un numero minore di persone radicalizzate o foreign fighters non ci deve indurre a sottovalutare il fenomeno e la necessità di capirlo.” ha ribadito Paolo Gentiloni.

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Il lavoro della Commissione non si conclude qui: “Perché l’esigenza del Governo di comprendere sempre meglio i percorsi della radicalizzazione al fine contrastarla non si esaurisce oggi.” La commissione, istituita il 1 settembre, inizialmente avrebbe dovuto avere una durata limitata a 120 giorni, tuttavia a seguito dell’incontro di oggi, il presidente del Consiglio ha confermato la prosecuzione del lavoro in atto. “È un lavoro che ci aiuta a comprendere un fenomeno che per essere contrastato in modo efficace va capito”, ha concluso. Il ritardo, rispetto agli altri Paesi, è probabilmente dovuto all’assenza, In Italia: “Di seconde o terze generazioni. Qui il fenomeno è indietro di 5-10 anni rispetto ad altri Paesi, ora in Italia vediamo tendenze che altrove vedevamo dieci anni fa.”

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