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“Amalia e basta” torna a teatro: intervista esclusiva a Silvia Zoffoli, l’attrice che si immedesima in una ragazza sorda

“Amalia e basta”, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Silvia Zoffoli, torna in scena: sarà il palco dell’ITC Teatro di San Lazzaro in provincia di Bologna ad ospitare il prossimo 12 ottobre alle ore 21 la pièce pluripremiata che con sensibilità e intelligenza fa riflettere sulla fragilità e l’accettazione di sé attraverso la storia di una ragazza sorda

Dopo essersi aggiudicato due primi premi – come monologo al concorso Sipario Autori Italiani 2012 e come testo teatrale InediTO Colline di Torino 2012 – e un secondo premio al concorso di drammaturgia Teatro e disabilità 2011, “Amalia e basta” festeggia nel 2014 un altro successo: lo spettacolo, infatti, è stato selezionato fra i vincitori di OFFerta Creativa 2014, un progetto della Regione Emilia-Romagna promosso da TeatrinRete (Teatro delle Temperie, del Teatro dell’Argine e della compagnia Gli Incauti) per premiare le opere meritevoli e innovative realizzate da giovani professionisti.

Per l’occasione UrbanPost è riuscito a intervistare la talentuosa attrice che, calandosi nei panni di una ragazza sorda, ha provato a raccontarne l’unicità, facendo luce tanto sui risvolti (talvolta tragicomici) della disabilità quanto su quel processo di ricerca identitaria che non arriva mai ad un approdo. Un’opera, insomma, per riflettere sugli stereotipi e sulle etichette che ingabbiano le persone: e arrivare a comprendere, infine, che la storia di Amalia altro non è che la storia di “Amalia e basta”.

Amalia e basta

Gentile Silvia Zoffoli, la sordità è una disabilità difficile da riconoscere e di cui si parla poco. Come si è avvicinata a questo mondo?

“In realtà, casi di persone con disabilità uditiva sono molto più numerosi di quanto possa sembrare. Non so perché, ma, per una serie di coincidenze, nella mia vita mi è capitato spesso di incontrare persone sorde o probabilmente di avere occasione di osservarle, ad esempio durante il periodo del liceo, oppure anche in seguito, magari all’ufficio postale (che per me è un luogo di grande ispirazione per quanto riguarda individui e situazioni in generale): è così che ho cominciato ad interessarmi alla sordità. In seguito, qualche anno fa, ideai un progetto di teatro che si chiamava “Teatro sensoriale”, che prevedeva anche la realizzazione di un documentario video, e lo proposi all’Istituto dei Sordi di Roma, quello in via Nomentana, che si mostrò molto favorevole alla mia idea: avevo ottenuto la collaborazione del Dipartimento Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma 3 e pian piano si erano aggiunti anche altri partner, fra cui il Municipio III e un Comune della Provincia di Roma.  Purtroppo non riuscimmo a trovare tutti i fondi necessari, nonostante l’aver partecipato, per quattro anni di seguito, ad un bando provinciale. Alla fine ho rinunciato a quel progetto, ma ho continuato il mio personale percorso di ricerca e ho deciso, a un certo punto, di mettermi a scrivere un testo teatrale: ne è uscito fuori “Amalia e basta”.”

“Amalia e basta” è uno spettacolo che parla anche di pregiudizi. In che modo? Gli stereotipi che  emergono riguardano solo la sfera della disabilità?

“Probabilmente oggi vedere una persona su una sedia a rotelle non è più un tabù: pian piano ci si è abituati ai parcheggi e ai bagni pubblici con il simbolo della carrozzina, mentre invece sentir parlare in modo strano una persona sorda, oppure vederla comunicare con la lingua dei segni è certamente qualcosa che viene percepito come “strano”, perché non c’è molta informazione sulle disabilità sensoriali, in particolare su quella uditiva. Così molte persone anziché sorde, sono ancora considerate mute o perfino con disturbi psichici e possono incutere timore. Io stessa ho dei ricordi in tal senso di quando ero bambina. Ciò che non si conosce è normale che spaventi, il pregiudizio è sempre il risultato dell’ignoranza.

Con questo spettacolo ho affrontato il rapporto con la fragilità che non appartiene solo alla sordità: il percorso di accettazione di sé che Amalia intraprende è, in fondo, quello con il quale, chi più chi meno, ciascuno deve fare i conti, soprattutto in una società come quella di oggi. Se, da un lato, la necessità di un’identità e di una definizione precisa è la naturale e primordiale ricerca della risposta alla domanda di senso “chi sono io?”, è pur vero che viviamo in un mondo in cui il valore degli aggettivi spesso supera quello del sostantivo (in questo caso “Amalia”), rendendo le etichette, o tag che siano (“sorda”, “donna”, “disabile”, ma ce ne potrebbero essere molti altri, a seconda del caso specifico), delle semplificazioni sempre più diffuse e, al tempo stesso, troppo limitanti se si pensa invece alla complessità dell’essere umano. Per questo credo che sia importante rimettere al centro il valore della persona che necessariamente è sempre il risultato di tante componenti e che non è riducibile ad una sola.”

Il suo spettacolo è stato pluripremiato dalla critica e acclamato dal pubblico. Mi soffermo sul secondo aspetto: come spiega le ragioni del successo, considerando quanto le tematiche affrontate siano “di nicchia”?

“A teatro si è parlato di tutto, di omosessualità, di violenza, di storia, di politica, a teatro si sono portate in scena storie di disabilità e perfino attori con disabilità di vario tipo, ma mettere in scena la storia di una persona che è sorda dà l’erronea impressione che sia uno spettacolo di nicchia o addirittura per un pubblico di soli addetti ai lavori. In realtà, la forza di “Amalia e basta” è proprio quella di essere uno spettacolo “per tutti” e, infatti, finora è andato in scena in  programmazioni teatrali assolutamente eterogenee e non necessariamente tematiche. Io faccio teatro perché mi piace l’incontro con le persone e il teatro ha la straordinaria capacità di mettere in contatto un “io” con un “tu”, di essere ancora uno dei rari momenti in cui accade uno scambio reale e non virtuale di emozioni e pensieri. Non credo, come spesso ho sentito dire, che il pubblico sia necessariamente gretto o aprioristicamente desideroso solo di pura evasione, ma che sia fatto di individui che, in quanto esseri umani, restano in fondo sempre gli stessi dalla notte dei tempi, con le stesse paure, fragilità, desideri etc. Ѐ quello che chiamo il “patto con lo spettatore”, cioè il canale di comunicazione che si vuole e si riesce a stabilire con il pubblico, a rendere uno spettacolo riuscito o meno: spesso sono proprio gli archetipi del sentire che portano le storie ad essere interessanti al di là del contesto in cui si calano. Io non ho parlato di tematiche, non ho fatto “uno spettacolo sulla sordità”, del resto il teatro non è un saggio scientifico o un trattato di psicologia, ho semplicemente raccontato la storia di una persona e questa persona è sorda. Tutto qui. Se poi, attraverso questo spettacolo, il pubblico ha anche imparato qualcosa in più su come si vive con la sordità o magari si è incuriosito ad approfondire le proprie conoscenze su questo tipo di disabilità (che – ci tengo a sottolineare – è declinata in tanti modi, non solo in quello di Amalia), allora sono doppiamente contenta, perché vuol dire che il teatro può davvero essere, come si suole dire “a più livelli”, stimolando diversi piani della sensibilità e della comprensione degli spettatori.”

Come si fanno ad indossare i panni di una persona sorda? Quanto studio c’è dietro?

“Moltissimo. Diciamo però che sono stata agevolata in quello che in gergo attoriale si chiama “lavoro sul personaggio”, perché, essendo l’autrice del testo e avendo dovuto fare tutto un lavoro di ricerca prima di scriverlo, ho iniziato a calarmi nei panni di una persona sorda ben prima di doverne interpretare una. Tuttavia, la cosa difficile è stata cercare il più possibile di non “imitare” una persona sorda, ma di imparare a “sentire” come una persona sorda, che non è solo un fatto uditivo (rapidamente intuibile chiedendo ad un audiometrista di preparare una traccia audio senza determinate frequenze), ma che consiste soprattutto nel cercare di capire quale tipo di sentimenti, di paure, di pensieri possa avere una persona con sordità. In questo mi ha aiutato tantissimo parlare con persone sorde, con psicologi, logopedisti, genitori. Ricordo in particolare gli incontri con una logopedista, la dott.ssa Federica Morgantini, che anziché insegnarmi una “dizione” particolare, ha voluto raccontarmi tutta una serie di aneddoti ed esperienze raccolti durante i suoi anni di lavoro con persone con sordità.”

“Amalia e basta” è uno spettacolo fruibile anche da persone sorde?

“Purtroppo l’accessibilità di uno spettacolo teatrale a persone con disabilità uditive non è un problema solo di “Amalia e basta” (che, raccontando la storia di una ragazza sorda, attira in modo particolare l’attenzione di persone che vivono sulla propria pelle questo tipo di disabilità), ma di tutti gli  spettacoli teatrali in generale. E’ una questione di cui si dovrebbero fare carico i teatri: all’estero, ad esempio in Francia, è già più frequente vedere gli spettacoli in programmazione con alcune repliche rese accessibili e con diversi sistemi tecnologici.

Il problema è innanzitutto di tipo economico (i limitati fondi disponibili) e poi anche di natura politica: sull’accessibilità della cultura e dell’arte sta iniziando a comparire solo in questi tempi nell’agenda dei politici (grazie alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ratificata in Italia con la legge n.18/09). Ma è anche relativo al fatto che non è facile trovare delle modalità che rendano possibile la fruizione di uno spettacolo teatrale allo stesso modo per una persona udente e per una persona ipoacusica o sorda: un sovratitolo o un interprete di lingua dei segni [LIS], ad esempio, possono risolvere la questione della comprensione del testo, ma distolgono molto dall’esperienza dello spettacolo nella sua totalità (regia, recitazione etc.) creando spesso una sovrapposizione di codici linguistici e semantici.  In tal senso, ho scoperto che ci sono anche ricerche a livello universitario in Inghilterra e non solo, proprio riguardo alla percezione e fruizione del teatro e del cinema in caso di disabilità uditiva: quindi la questione dell’accessibilità culturale è ancora tutta aperta. Il fatto, però, che alcuni teatri anche in Italia inizino a porsela e vada sviluppandosi una seria riflessione sui sistemi migliori per garantire un diritto qual è l’accessibilità della cultura affinché sia realmente per tutti, mi sembra un atto di civiltà e un passo che dà speranza per il futuro dei cittadini con disabilità sensoriali, quale quella uditiva.”

E’ possibile avere qualche anticipazione sui suoi progetti futuri? Porterà ancora in scena tematiche legate al sociale?

“Non so se le tematiche legate al sociale diventeranno poi effettivamente al centro del mio teatro o meno, in questo momento non sento di voler mettere a priori dei limiti alla mia creatività. Il mio spettacolo precedente, ad esempio, parlava di tutt’altro, di amicizia, ed era ispirato a quella fra Hannah Arendt e Mary McCarthy. Certamente credo però che il teatro debba tornare a raccontare delle storie, rimettendo al centro l’essere umano e la sua interiorità, o almeno è quello il tipo di teatro che mi piace fare, non a caso scrivo anche i miei testi e per me è importante il livello drammaturgico. Infatti, adesso mi piacerebbe realizzare uno spettacolo a più personaggi al quale sto meditando da tempo e magari avere la possibilità economica di metterlo in scena con più attori.”

(intervista a cura di Corinna Garuffi; immagine in apertura di Simona Fossi)

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