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Amedeo Modigliani e quel collo infinito per guardarsi meglio

Mi ha sempre affascinata la parola “vedere”, verbo transitivo che deriva dal latino “vĭdēre”, mentre l’espressione “ti ho visto” continuo a ritenerla abusata per banalità. Non che non capisca l’accezione più semplice del suo significato, “ho visto te” – da cui dipartono milioni di complementi e si aggiungono, così, spazi e tempi – bensì quando penso all’immensità del vedere non posso fare a meno di vederlo, a mia volta, in un eterno passo a due con il “sentire”. Vedere, seppur più fugace del guardare, è percepire, andare per la propria strada attraverso la visione: scegliere perché ci abbiamo creduto, come capire l’altro perché abbiamo visto una parte infinitesimale di noi stessi. La nonna della performance art, Marina Abramović, nel 2010 ha portato The Artist is Present al MoMa di New York, dove quotidianamente stava seduta su una sedia e guardava negli occhi chi, a turno, le si sedeva di fronte. Così, questa volta ti ho visto per davvero, non sei passato dall’altra parte della strada e ho notato la tua presenza che stava facendo qualcosa, ma ho scavato nell’anima.

Definisco il vedere Performance Art come il sentire dipinti in movimento, ed è proprio qui che la pittura ci apre l’Universo come sempre, quando il bisogno d’arte non viaggiava con il marketing e la sua sete addosso, ma l’urgenza di avvenire era fine a se stessa e alla sua co-esistenza con il mondo. “Quando conoscerò la tua anima dipingerò i tuoi occhi“, Amedeo Modigliani (12 luglio 1884, Livorno – 24 gennaio 1920, Parigi), pittore e scultore, ha creato nella sua vita una poetica pittorica della visione. Tutti i suoi ritratti sono stati concepiti per ricordare una persona, che vediamo dalla sua raffigurazione e dalle sue caratteristiche fisionomiche, ma non basta, come lui, altrimenti, tanti altri. Modì, dal francese “maudit” (maledetto) e dall’abbreviativo del suo cognome, o Dedo, attraverso i suoi ritratti parlava anche di sé, dando vita ad un dualismo perfetto che si traduce per l’eternità su tela o carta. Grazie alla pittura Modigliani avvicinava ciò che sentiva distante, ma per l’amore profondo che nutriva nell’essere umano, non dipingeva mai gli occhi delle persone che ritraeva, a meno che non fossero già partecipi della stessa giostra a cavalli. Proprio per questo forte viaggiare insieme, Jeanne Hébuterne, moglie di Modigliani, a cui lui dipinse gli occhi dopo averle fatto tanti ritratti, si tolse la vita dopo il funerale di Modì, mentre aspettava il loro secondo figlio.

Jean Cocteau, poeta, regista e attore, aveva scritto di Dedo: “Non era Modigliani che distorceva e allungava i gomiti, non era lui che ne mostrava l’asimmetria, che toglieva loro un occhio, che ne allungava il collo. Tutto ciò avveniva nel suo cuore. […] Se, alla fine, le sue modelle si assomigliavano tutte, si assomigliavano nello stesso modo delle fanciulle di Renoir. Egli ci sottoponeva tutti alla sua scrittura, a un tipo che portava in sé e cercava volti consueti, che assomigliavano a quella configurazione a cui egli aspirava nell’uomo o nella donna“. Quindi, se ripenso a quel “ti ho visto e ascolto Modì”, alzo il collo all’infinito… Per guardarsi meglio.

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