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American Anarchist, Venezia 73, recensione: intelligenza contro il “giustizialismo” alla Micheal Moore

Si potrebbe dire che il mondo si divide in tante categorie di persone: due fazioni in conflitto da sempre sono i giustizialisti contro i relativisti. American Anarchist, il film presentato a Venezia 73 da Charlie Siskel, è uno splendido viaggio ricco di spunti di riflessione su questo tema. Correva l’anno 1970 e un ragazzo di 19 anni di nome William Powell, figlio del Portavoce del Segretario delle Nazioni Unite, pubblicava il suo primo libro: The anarchist cookbook (Il ricettario dell’anarchico). Attingendo a piene mani dalle più fornite biblioteche newyorchesi il giovane William ha un’idea alquanto rivoluzionaria: mettere nelle mani di tutti le informazioni necessarie per costruire armi, bombe e droghe in maniera casalinga.

Il libro è, inevitabilmente, un grandissimo successo editoriale. Ne vengono vendute più di due milioni di copie. Ancora oggi questo manuale viene veicolato mediante internet e, nel web, il suo contenuto si trova in svariati siti e blog sovversivi o pseudo tali. Davanti alla macchina presa, in una bella casa nella campagna francese, siede un uomo di 65 anni con una ricca biblioteca alle spalle, modi pacati e argomenti intelligenti. E’ Powell. Dopo la pubblicazione del libro, in cui incitava i lettori a servirsi di queste istruzioni al fine di condurre armate battaglie contro un sistema oppressivo, il giovane ha preso le distanze dal volume, ha ceduto per pochi spicci i proventi derivanti dai diritti d’autore, si è sposato, ha avuto due figli e ha speso la propria vita a lavorare, soprattutto in Africa, come insegnante per bambini con disturbi dell’apprendimento.

Nel film documentario si indaga nella vita di Powell, si ritorna all’origine del libro e a come, successivamente, siano proseguite le cose. Le domande sono incalzanti, spesso non mancano momenti di frizione tra Siskel e Powell, che più volte chiede dove si stia cercando di arrivare battendo sempre sul punto del pentimento e del senso di responsabilità. The anarchist cookbook è stato, infatti, trovato in casa di molti giovani che si sono resi protagonisti di improvvise stragi a partire dagli anni ’70. Fra questi anche i teenager killer di Columbine – su cui Micheal Moore e il suo giustizialismo spesso vagamente approssimativo ha realizzato un film – nonché alcuni ‘lupi solitari’ dell’Isis.

Questo documentario ha il pregio di lasciar parlare e ben spiegare Powell, che di buoni argomenti ne ha eccome a partire da un’ottima risposta: “Chiede a un uomo di 65 anni di rispondere per un ragazzo di 19. Io non prendo le distanze dalle mie responsabilità, sia chiaro, ma non ho le risposte che cerca perché quel ragazzino che ha fatto una cosa tanto stupida non esiste più.” Si torna a un quesito antico ovvero fino a che punto l’operaio che ha forgiato una pistola o l’azienda che ha costruito armi da guerra siano responsabili delle morti che ne sono derivate? In tutto questo si scorgono i tormenti e i demoni generati da quel libro che hanno accompagnato da allora la vita dell’uomo. Non è ben chiaro fino a che punto Siskel abbia un approccio neutrale rispetto alla questione etica che, inevitabilmente, ingombra in ogni domanda ma il risultato finale è quello di far spiegare egregiamente le proprie ragioni all’uomo nero, che sorprende dall’inizio alla fine.

Powell è morto, improvvisamente, due mesi fa.

 

 

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