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Anoressia causata dalle modelle troppo magre? Leggetevi le biografie dei santi

La settimana della moda milanese ha riacceso i riflettori su una questione davvero pericolosa, quella che pretende di individuare nelle modelle magrissime la causa dei disturbi alimentari. Avete presente Kate Upon? Se non l’avete presente googolatela e dopo i sospiri di meraviglia e desiderio sappiate che un blog pro-anoressia la definisce un perfetto esempio di “palla di lardo“. Questo episodio è l’esempio perfetto per provare a capire che non esiste alcuna oggettività di osservazione per coloro che si martoriano il corpo; è come se nella loro retina fosse stata posta una lente deformante che ingrassa, come gli specchi del luna park. Non c’è dolo, non c’è vanità, non c’è cattiveria, c’è piuttosto la tragedia di avere bisogno di vedersi le ossa e, quando le ossa sporgono, la lente si deforma ancora e alza la posta. Se mostrate la foto di una modella con le ossa a vista a una persona che soffre di anoressia, che pesa magari 34 kg per un metro e settanta, vi darà due possibile risposte:
1 “Ecco lei è perfetta, non è grassa. Devo impegnarmi per diventare così”. Quando nella realtà dei fatti il diretto interessato è molto più magro del modello che osserva e a cui tende.
2 “E’ grassa

vedersi grassa

Dipende dalla lente deformante che la persona in questione adotta; dipende se la usa soltanto contro il proprio corpo o se la espande anche all’altrui conformazione. Dire che qualcuno desidera suicidarsi morendo di fame a causa dei modelli sociali che gli stilisti propongono equivale a dare dei deficienti patentati a coloro che fanno in conti con una malattia gravissima e, successivamente, a legittimare ogni forma di violenza contro la proprio persona o contro il prossimo perché crea ipotetici precedenti. Equivale a curare un malato di cuore con acqua e zucchero. Le modelle non hanno colpe, gli stilisti hanno bisogno di corpi ossuti perché i vestiti, banalmente, cadono meglio su corpi slanciati. E’ una mera questione pratica.

Ponendo, invece, che queste siano tutte cazzate bisognerebbe allora trovare una spiegazione, anzi un collegamento, che spieghi le abitudini alimentari al limite della pazzia dei santi vissuti in epoche storiche ben lontane dalla televisione, dalle passerelle e dai giornali. Le sante, la cui storia clinica e alimentare è trasversalmente analizzabile e desumibile dalle biografie del tempo inerenti la loro condotta, sono un esempio lampante di isterismo masochistico. Soprattutto le contemporanee di San Francesco d’Assisi, siamo quindi intorno al 1200.
Santa Chiara d’Assisi (1200) : digiuno forzato e continuativo che la porterà a morire di inedia passando la metà della sua vita a letto. Nemmeno le ingiunzioni dei vescovi riescono a convincerla a mangiare.
Caterina da Siena (1300): obbligata ad un matrimonio con il marito della sorella rimasto vedovo impara a 16 che il cibo è l’unico mezzo per affermare il proprio potere. La giovane rifiuta di alimentarsi e arriva quasi a morire riuscendo a sventare così delle nozze indigeste. Si taglia i capelli e diventa una diplomatica per conto della Chiesa, si afferma come donna mediante il ricatto del digiuno che le consente di tenere in scacco le convenzioni. Viene presa sul serio perché sfida la morte e la fame, perché sfida la peste, sfida tutto a costo della vita. Si logora il fisico ma questa condotta le permette di mostrare una tempra che la rende indipendente. Il rifiuto del cibo la rende potente ai suoi occhi ma anche agli occhi altrui.
Francesca Romana (1300): scappa da una vita matrimoniale frustrante e dolorosa in convento; si afferma socialmente come suora guaritrice. Arriva alla morte a causa della combinazione di penitenza corporale, penitenze e digiuni che era solita infliggersi.

Le problematiche alimentari nelle storie delle sante sono ricorrenti. Ricorrente era anche nutrirsi soltanto di particole, erbe e pus dei malati che erano solite curare. Bere il pus è qualcosa di talmente gratuito che non serve aggiungere altro per restituire la necessità disperata di queste donne di esporsi al pericolo. Eppure mediante questi comportamenti innegabilmente patologici, sono le uniche donne entrate nella storia, non solo agiografica, per “meriti” personali e non di nascita. Il rifiuto del cibo conferiva loro potere non soltanto sul proprio corpo bensì sul prossimo. Il rifiuto del cibo portava a salvarsi dall’avere il seno: strumento basico per essere madri e mogli funzionanti.

La società ha delle grosse responsabilità sui disturbi alimentari, ma non quelle che ci lascia intendere la faciloneria da talk show. Ben altre e ben più radicate. Finché si attribuisce la colpa alle modelle non si avanza di un passo e le ragazze continuano a progettare la loro morte credendola eroica; in realtà è soltanto folle e inconsapevolmente inutile.

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