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Antonio Ciontoli intercettato in ritardo: telefonate preziose perse per sempre? Cosa ha scoperto Quarto Grado

Omicidio Marco Vannini news: Quarto Grado nella puntata dello scorso 22 novembre è tornato sul caso relativo al 20enne di Cerveteri ucciso la notte a cavallo del 17-17 maggio 2015, in casa della fidanzata a Ladispoli. L’inviata del programma Mediaset da mesi sta passando al setaccio tutte le carte del faldone dell’inchiesta, in attesa che tra poco più di 70 giorni la Corte di Cassazione si pronunci in merito alla terribile vicenda giudiziaria decidendo se confermare le condanne inflitte in Appello agli imputati – Antonio Ciontoli 5 anni, tre alla moglie Maria Pezzillo e ai loro figli Federico e Martina – oppure annullarle e disporre un nuovo processo.

Sono davvero troppe le cose che non quadrano in questa vicenda, che mettono in evidenza come la verità processuale sembri alquanto lontana da quella reale, effettiva. Il focus dell’ultima puntata di Quarto Grado si è concentrato sulle intercettazioni che la pm titolare dell’inchiesta, Alessandra D’Amore, dispose nelle ore successive al decesso di Marco. Ebbene, è emerso che quel giorno – era il 18 maggio 2015 – l‘ultimo cellulare in ordine cronologico ad essere intercettato fu proprio quello del capo famiglia, Antonio Ciontoli, principale sospettato in quanto responsabile dello sparo che ferì Marco Vannini e che, logicamente, per primo avrebbe dovuto essere posto sotto indagine. Come si evince dalla foto sopra, il primo telefonino intercettato fu quello di Mary Pezzillo (ore 18:31), l’ultimo, alle 22:29, di Antonio Ciontoli. Perché? Una apparente negligenza che potrebbe avere compromesso per sempre le indagini, che quindi non hanno potuto rilevare i contenuti delle numerosissime telefonate fatte da Ciontoli dagli istanti successivi alla morte di Marco alle 22:30 del 18 maggio.

Antonio Ciontoli prima intercettazione:

Ciontoli – è emerso a Quarto Grado – chiamò in media una persona ogni cinque minuti. Alcune chiamate le fece mentre aspettava nella Caserma di Civitavecchia, insieme ai figli, di essere interrogato. Chiedeva informazioni come questa: «Conosciamo un medico legale buono? Ma buono, buono, buono … Ti informi?», e parlava al telefono con qualcuno mentre la telecamera della sala d’attesa lo riprendeva. Ciontoli già in quel frangente si muoveva per premunirsi, organizzare la sua difesa. Purtroppo, a causa del ritardo nelle intercettazioni, non sapremo mai chi sono le persone che ha contattato in tutte quelle ore né qual è stato il contenuto delle loro conversazioni. C’è stato poi un momento, mentre si trovavano in caserma, in cui Federico ha detto chiaramente alla sorella di sapere che lui e la famiglia erano già sotto intercettazione.

Da quel momento in poi tutti i Ciontoli staranno molto attenti a non farsi scappare una parola di troppo sull’accaduto, a rispondere in maniera evasiva ai familiari di Marco che, affranti e ancora frastornati, facevano loro delle domande per capire il motivo per il quale Marco, ferito e con un proiettile in corpo, non fosse stato soccorso immediatamente. Il loro temporeggiare fatto di menzogne, infatti, è stato letale per il povero ragazzo. Ancora in caserma i Ciontoli si accordavano sotto voce sulla versione ufficiale da dare al magistrato, e da quel momento in poi sono sempre stati attenti a non dire ‘troppo’ sulla dinamica dei fatti di quella terribile notte. Hanno sempre comunicato prevalentemente via WhatsApp e, poiché i contenuti di quelle conversazioni non sono mai stati rilevati dagli inquirenti, mai si verrà a sapere cosa si sono detti. In studio a Quarto Grado Carmelo Abbate a stento ha contenuto la sua rabbia e il professor Meluzzi si è detto convinto che la Cassazione confermerà le blande condanne ai Ciontoli senza disporre un Appello bis, come invece spera la famiglia Vannini.

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