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Attentati Bruxelles: quando il martirio è di famiglia, tutte le storie di fratelli terroristi

Non è stato l’unico caso di fratelli uniti nella Jihad. Quello di Ibrahim e Khalid, uno all’aeroporto, l’altro nella metro, è l’ennesima prova di come la guerra all’infedele sia un’affare di famiglia. Una lezione amara e tragica, ma che ci porta a delle inevitabili considerazioni: ciò che siamo, ciò che ci contraddistingue e ciò in cui crediamo è un substrato che si sviluppa interagendo con chi ci sta vicino. Una regola banale, ma che si adatta benissimo a ciò che è successo a Bruxelles. In principio fu l’11 Settembre. Dalle immagini trasmesse in tutte le Tv del mondo si ebbe la netta sensazione che qualcosa sarebbe cambiato per sempre nel modo di condurre la guerra, o come la chiamano i martiri “la resistenza“. Un conflitto senza fronte a cui l’Occidente non era pronto ed ha risposto con l’unica soluzione a portata di mano, la potenza della tecnologia militare.

Hamza e Ahmed, sul volo United 175, Waleed e Wail, sull’American Airline 11, Nawaf e Hazmi sull’American Airlines 77. Fratelli di sangue, fratelli di martirio. Il fumo delle torri gemelle ancora si alza nei pensieri degli abitanti di New York, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. Dopo di loro la sfilza di fratelli kamikaze è lunga. Said e Cherif, i killer di Charlie Hebdo; Brahim e Salah, kamikaze degli attentati di Novembre il primo, arrestato una settimana fa il secondo; Tamerlan e Dzhokhar, i fratelli di Boston (il secondo aspetta la pena di morte negli USA); Foued e Karim, uno agli arresti, l’altro parte del commando del Bataclan; ed infine Mohammed e Kader. L’assonanza attentato/vincolo di sangue è fortissima. Padri e madri che dopo gli attacchi ad opera dei figli raccontano di non aver avuto più contatti con gli stessi da anni.

Bruxelles è stata solo l’ultima goccia nel mare. “S’inventano un’identità di difensori di un islam aggredito, di donne e bambini uccisi nei bombardamenti aerei. Si radicalizzano, si confortano gli uni con gli altri” così Mark Sageman, ex uomo dei servizi segreti americani, in un’intervista a LaPresse. E’ ovviamente sbagliato generalizzare, non è possibile tracciare una linea netta di estremista o un contorno preciso, ma il disegno può comunque presentare elementi chiave per capire dove il germe dell’estremismo prospera. Anche se ha detta di tutti: già si sa. Già si conosce il giardino del terrorismo e il modus operandi dei reclutatori. Resta ancora da capire, come fermarlo.

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