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Attentato a Bruxelles, da cuore dell’Europa a base dell’Isis: le radici del male che ha piegato anche il Belgio

Sono passate solo poco più di 24 ore dall’attentato che ieri, 23 Marzo, ha piegato ancora una volta la nostra Europa: nel mirino dei terroristi il Belgio e la città di Bruxelles, cuore pulsante della nostra terra ma anche base europea dell’Isis.

L’allerta massima, livello quattro su quattro, a Bruxelles è scattata lo scorso 21 Novembre quando – a pochi giorni dagli attentati che hanno colpito Parigi – la minaccia era “grave e imminente” e, tra le strade della capitale d’Europa, era scattata la caccia all’uomo, a quel Salah Abdeslam catturato solo qualche giorno fa proprio nel sobborgo di Molenbeek. Ma perché, da nucleo pulsante e capitale d’Europa, Bruxelles è diventata la base europea dell’Isis? Qualcuno punta il dito su re Baldovino che, nel lontano 1969, diede al Ministro degli Esteri nonché futuro re saudita Faysal le chiavi della Grande Moschea del Cinquantenario, la più antica della città belga: un gesto simbolico o una facilitazione tra re, ma per qualcuno anche causa della diffusione e radicamento dei movimenti jihadisti in Belgio.

Ma la moschea, consegnata al Centro islamico e culturale del Belgio per 99 anni, è solo una delle tante radici che lo jihadismo e le correnti dell’Islam radicale hanno nel Paese: il motivo principale che rende Bruxelles una della città europee più vulnerabili è insito nella divisione interna, divisione tra fiamminghi e valloni che ha fatto sì che si creassero spesso conflitti interni nonché che, altrettanto spesso, si perdessero di vista quei movimenti fondamentalisti e antieuropei che andavano diffondendosi per la città e per il Paese. Un tumore che è cresciuto lentamente dall’interno ma che ha portato il Belgio, Paese con solo 11 milioni di abitanti, a far crescere ben 300 foreign fighters: già nel 2014, infatti, il Centro Internazionale per lo Studio della Radicalizzazione e della Violenza Politica in un report contava ben 40 ribelli stranieri partiti per la Siria per ogni milione di abitanti. “Era facilissimo ottenere un porto d’armi per fucili e pistole e c’era una particolare classificazione per cui certe armi da guerra erano classificate armi sportive” spiega infine l’ex consigliere alla sicurezza Brice De Ruyver su Les Echos riferendosi alla legge belga, una delle più permissiva d’Europa, a cui non è stata apposta nessuna modifica sino al 2006 ma che – nonostante siano passati oramai 10 anni – ha permesso che il mercato nero delle armi sia ancor oggi più che florido.

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