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Attentato a Parigi: siano maledetti i “Je suis” e le celebrazioni postume da social

Almeno i Foo Fighters, scelta discutibile ma presa con le palle, hanno detto “Noi non suoniamo stasera a Torino e il tour è sospeso“. Giusto o sbagliato, io che ne so, apprezzo però la facoltà di prendere una posizione netta, eticamente forse non così fondamentale, un digiuno imposto non doveroso ma legittimo. Poi c’è Madonna che da Stoccolma va in scena ma si sente di doversi giustificare e dice che lei non voleva fare questo concerto dopo quanto accaduto a Parigi, però poi ha capito che i terroristi non potevano fermare la musica – sì, dato che i terroristi sono perfidi la musica di Madonna ce la lasciano – e allora lei, prima di chiamare il suo corpo di ballo composto da 70 ballerini cubani scolpiti nell’ebano, intona La vie en rose (come se i francesi non avessero sofferto a sufficienza in questi giorni). E poi via di culi torniti.

La catarsi collettiva, nel bene e nel male, è inevitabile così come l’empatia, se non la provassimo lambiremmo la psicopatia. La disgrazia altrui, le apocalissi osservate da una distanza di sicurezza, ci avvicinano al sublime: un osservatore raffinato della natura umana quale fu Edmund Burke teorizzò proprio questo concetto per spiegare la fascinazione tragica che l’uomo subisce davanti a un evento dalla portata deflagrante…a patto che sia al sicuro. E dal sicuro pretendiamo di dire che Je suis Charlie” e che “Je suis Parisnon è vero per nulla. Se tutti quelli che “Je suis Charlie” su facebook avessero davvero coscienza di ciò che stanno scrivendo si sarebbero indignati per Luttazzi o per come viene trattata la satira in Italia. Ma cosa ne so io e cosa ne sanno i vari “Je suis Paris” di cosa è successo quella notte? Di cosa voglia dire essere coinvolti in un attacco terroristico. Morire o sopravvivere a un attacco terroristico? Ma cosa ne sanno? Ma cosa scrivete? Cosa dite? Cosa testimoniate? Cosa commentate?

Perché continuiamo a confondere la doverosa vicinanza umana con la ridicola necessità di avere qualcosa da dire a tutti i costi? Perché le persone hanno bisogno di vestire un dolore che non conoscono – fingendosi a lutto – quando si tratta di una semplice posa del tutto priva di alcuna utilità? Perché devo vedere la mia ex compagna di liceo che manco sa chi sia Dylan Dog che scrive “Je suis Charlie” tutta contrita sul social ed è pleonastico sottolineare che per lei Charlie potrebbe essere un moloch mangiabambini ma “devoessereassolutamenteancheiocharlie”. “Je suis Paris” e poi posto la mia foto con il cerchietto con le corna da renna all’Ikea mentre compro la moka per la Francy. Ma a questo punto, proprio per rispetto a un dolore che fortunatamente ci è alieno, non sarebbe meglio, semplicemente, evitare? 

Quindi, Madonna, volevi continuare il tuo tour perché il tuo conto in banca non può essere fermato dai terroristi. Va benissimo, fai benissimo, ma fai quello che devi e taci. Non pretendere di condire la cornice del tuo spettacolo con il momento pathos: così ne usciamo bene perché “je suis Paris”. Perché chi è uscito vivo da una cosa del genere sa che ad ogni rumore, ad ogni odore, ad ogni sonno ritorna quel ricordo senza chiedere il permesso e il film dell’orrore viene proiettato fino a consumarti. Quelli che tornano da un’esperienza del genere, come i reduci da una guerra, si portano un bagaglio di mostri con i quali fare i conti e un fardello di terrore che se non c’eri non lo sai. Si chiama Disturbo da Stress Post Traumatico e va curato seriamente, prontamente e professionalmente; è un male privato che non ti appartiene soltanto perché oggi non hai nessuna frase ad effetto per attirare su di te l’attenzione su Fb. Tu non sei Parigi e non eri Charlie. 

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