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Baby-scacchista si ribella e il padre lo manda in Bangladesh: la comunità vuole riportarlo a casa

Ahmed è un ragazzino di 12 anni nato e cresciuto nel comune di Montecchio, in Veneto. Figlio di due immigrati del Bangladesh, secondo i genitori si stava integrando troppo all’interno della società, tanto da ribellarsi alla violenza subita in casa, da mettere in discussione il percorso di studio, lavoro e matrimonio combinato già deciso dai genitori. Per questo è stato riportato in Bangladesh, lontano dal Veneto che “lo stava rovinando”. La comunità di Montecchio però non accetta la presa di posizione della famiglia, e si è mobilitata per riportare a casa il baby-scacchista accusato di essere “troppo italiano”.

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Il baby scacchista amato a Montecchio

“Mi si è scaldato il cuore di fronte alla generosità della gente e a tanta voglia di fare qualcosa per Ahmed e i suoi due fratellini. Anche la Chiesa quindi ha voluto aprire le porte a chi si sta occupando dei diritti di questi bambini“, ha detto don Giuseppe Tassoni, coordinatore responsabile delle tre parrocchie di Montecchio Maggiore, spiegando perché ha concesso immediatamente il cinema-teatro parrocchiale per la fiaccolata e l’evento pubblico del 18 dicembre a favore del 12enne portato in Bangladesh contro la sua volontà per ordine del padre in quanto “troppo italiano”. Scegliere il luogo non è stato semplice: il Comune aveva concesso la Sala Civica ma, subito dopo, con una email, il sindaco aveva ritrattato sostenendo la necessità di costituire un Comitato, comprensivo di atto costitutivo e statuto. Questo, nonostante fosse chiaro lo scopo della serata.
“Una beffa”, ha commentato Giancarlo Bertola, l’ex vicino di casa di Ahmed, “con il sindaco Gianfranco Trapula, leghista, ci conosciamo da tutta la vita, poteva farmi una telefonata: avremmo chiarito che non c’è un Comitato, ma il movimento spontaneo di tante persone di buona volontà. Ho letto bene il regolamento di utilizzo della Sala Civica e non è previsto alcun obbligo del genere, quindi è un triste sgambetto in salsa burocratica. Così mi sono rivolto al parroco di San Pietro, la stessa parrocchia in cui Ahmed ha vinto i primi trofei di scacchi”. Era stato proprio Bertola a contattare Avvenire per denunciare quanto stesse accadendo al piccolo campione di scacchi. L’evento di mercoledì 18 è intitolato al ‘Diritto allo studio per tutti i minori’, a prescindere dalla nazionalità e dalla pelle, proprio per non creare divisioni: “Ho le fotocopie delle carte d’identità di Ahmed e dei fratellini, me le avevano date i genitori perché facessi io l’iscrizione a scuola e sopra c’è scritto Repubblica Italiana. Non so se hanno la cittadinanza, ma mi basta per capire che l’Italia non può girarsi dall’altra parte. Perciò mi sono rivolto al ministro degli Esteri Di Maio e al capo dello Stato”, ha spiegato Bertola.

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La storia del baby-scacchista

Aiutatemi, sono a Dubai, ci stanno portando in Bangladesh”, è stato l’ultimo messaggio di Ahmed inviato a un amico.  Da quel momento Bertola, gli altri genitori dei suoi compagni, gli amici, gli istruttori di scacchi, i vicini di casa, non si sono dati pace. Era un ragazzino curioso, amava studiare ed era perfettamente integrato all’interno della società. Proprio quella era la sua colpa: essere nato in Italia ed essere “troppo italiano”. Quello di Ahmed è il classico dramma della incomprensione tra la generazione dei genitori immigrati, che parlano solo la loro lingua, e quella dei figli ormai italiani. Ahmed amava leggere i libri di Salgari, di Primo Levi e Anna Frank, di Camilleri e Malala, non poteva accettare il futuro a lui destinato: la scuola dell’obbligo, poi subito un lavoro e il matrimonio combinato. Nel suo piccolo, era un ribelle. E questo non poteva essere accettato. I genitori erano convinti di dover raddrizzare in ogni modo le “derive” del figlio: “Non lo riconoscevo più, mio figlio era diventato irrispettoso, non faceva ciò che gli veniva detto. Un giorno è arrivato a mettere in dubbio l’esistenza di Allah, un’altra volta mi ha insultato. Purtroppo, me l’hanno rovinato…“, ha dichiarato il padre, rimasto solo nell’appartamento di Montecchio Maggiore.
“Vogliono bene ai loro bambini- ha spiegato Bertola- ma non sono in grado di accettare il fatto che stessero crescendo immersi nella cultura occidentale. Veniva a giocare con mio figlio, poi ha cominciato a confidarsi con me, a parlarmi di Eminem, dei cantanti della sua generazione, e di tutti quegli argomenti che in casa non poteva affrontare”. Ma anche delle violenze che era costretto a subire, con tanto di foto e graffi ben visibili. Per questo Bertola si era rivolto sia alla scuola, che agli assistenti sociali, chiedendo che non sottraessero i figli alla famiglia, ma che accompagnassero i genitori alla consapevolezza del ruolo, vegliando sui diritti dei tre bambini. La madre, di tutta risposta, “li ha tolti da scuola e portati via… Anche la scuola, sorda ad ogni mio appello, non ci ha fatto una bella figura”, ha commentato Bertola. L’ex vicino di casa era un punto di riferimento per Ahmed, e un nemico per il padre: “Quell’uomo gli ha fatto il lavaggio del cervello: ha plagiato mio figlio“. E ora il destino del baby-scacchista si sta scrivendo in qualche paesino dell’Asia, lontano dalla sua quotidianità.

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