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“Banat – Il viaggio” Adriano Valerio intervista: “Amore, politica e società con un viaggio al contrario” [TRAILER]

In Italia sarà nelle sale cinematografiche a partire da giorno 7 aprile (guarda qui il programma completo) ma “Banat – Il viaggio” ha già avuto grande successo all’estero: presente in festival cinematografici importanti come quello in Albania (“Best cinematography Awards”) e in Egitto (“Silver Award”), l’opera prima di Adriano Valerio, regista italiano ma trapiantato in Francia per questioni lavorative, presenta tutti i requisiti giusti per conquistare il pubblico cinematografico. Valerio, grazie alla realizzazione di “Banat – Il viaggio”, ha ottenuto una nomination per i “David di Donatello 2016” (guarda qui) dopo averne già vinto uno nel 2014 come “Miglior Corto” con la realizzazione di “37°”. Contattato da UrbanPost, il regista di “Banat – Il viaggio” ha presentato il suo nuovo progetto cinematografico senza tralasciare importanti questioni sociali.

Ciao Adriano, mancano pochi giorni al tuo debutto nelle sale cinematografiche: emozionato? Quali aspettative hai?
“Sono molto felice, ti dico la verità. La nostra è una distribuzione molto particolare perché non avremo molte copie ma sarà basata molto su un periodo esteso di tempo che raggiungerà le diverse città con la presenza fisica. Infatti, il piano mio e di tutta la troupe è quello di presentare il progetto con degli incontri diretti e informali con gli spettatori: sono loro, alla fine, a decidere se il tuo è stato un buon lavoro e credo che “Banat” sia una pellicola capace di suscitare emozioni.”

“Banat – Il viaggio”: di cosa parla questo film e perché la scelta di raccontare questa terra?
“La scelta deriva dal fatto che il Banat è una regione della Romania in cui si trasferiscono i due protagonisti: sulla scena troviamo Ivo, un agronomo pugliese che decide di cambiare completamente il suo percorso di crescita, e Clara. Sono molto affezionato al nome Banat perché, oltre a essere una regione della Romania, ha diversi significati linguistici: in Arabo significa “donne” mentre nella lingua ungherese rappresenta il “dolore”. Insomma, ho trovato questo titolo il più adatto per la mia pellicola e per quello che volevo portare nelle sale cinematografiche: il sentimento di spaesamento tipico dei protagonisti e presente, purtroppo, nella nostra quotidianità.”

È una sorta di rovesciamento sociale, una migrazione al contrario: qual è il messaggio di “Banat”? Ci racconti un po’ da chi è composto il cast?

“L’idea è tratta da una storia vera e vicina a me: un mio amico, qualche anno fa, ha deciso di andare a vivere e lavorare in Romania mettendo in moto un processo contrario a quello a cui siamo abituati. Quando ho iniziato a produrre le idee per la sceneggiatura di questa realizzazione c’erano tantissimi romeni che venivano nel nostro paese alla ricerca di un posto di lavoro. “Banat” vuole dare uno sguardo umano nei confronti del fenomeno migratorio sempre al centro della nostra attualità. Il cast, oltre dei protagonisti Edoardo Gabriellini ed Elena Radonicich, prevede la presenza anche di Piera Degli Espositi, un personaggio che porta colore al film.”

La tua bacheca presto potrebbe arricchirsi di un altro David di Donatello: che ricordi hai dell’ultimo premio e quali sono le tue aspettative per l’edizione 2016?

“Beh, quello del 2014 non può che essere un ricordo assolutamente bellissimo visto che “37°” è stato un corto che ha ottenuto un successo quasi inaspettato: oltre al David, ho avuto la fortuna di essere presente al “Festival di Cannes” e di portare a casa un “Nastro d’Argento”; anche “Banat – Il viaggio” sta avendo un grande successo nei festival internazionali come in Albania e in Egitto. Per quanto riguarda le aspettative: sono già felice di aver ricevuto questa nomina come miglior opera prima.”

Come è cambiato Adriano dal corto “37°4S” alla realizzazione di “Banat – Il viaggio”? E quanto, nella cinematografia di Valerio, c’è della vita parigina?
“È una domanda abbastanza difficile a cui rispondere perché è un qualcosa a cui non ci ho mai fatto caso. Posso dirti che fare un lungometraggio è molto più faticoso rispetto a un corto: c’è una responsabilità maggiore per tanti aspetti come il budget, far conciliare la logistica, un sacco di elementi da tenere sotto la lente di ingrandimento. Poi per me il 2016 è stato un anno fantastico perché sono appena diventato papà quindi sto vivendo un periodo denso di emozioni. Per quanto riguarda Parigi, devo dire di esserne stato influenzato non tanto dal punto di vista cinematografico quanto da quello culturale: la capitale francese è un crocevia di tante culture diverse in cui posso soddisfare la mia curiosità di conoscenza, più possibilità rispetto all’Italia.”

Prima di salutarci, la percezione del cinema italiano all’estero?
“Un’infinita stima. Ti racconto un aneddoto: il primo anno, quando sono arrivato in Francia, ho visto un’enorme fila davanti a una sala cinematografica, di mercoledì pomeriggio. Bene, proiettavano la pellicola “La ragazza con la valigia”, film realizzato da Zurlini negli anni sessanta; questo mi ha fatto capire quanto siamo apprezzati fuori dai confini italiani, adorano il nostro modo di approcciarci alla macchina da presa e c’è grande rispetto per mostri sacri. Anche verso la nuova cinematografia, comunque, stiamo avendo particolare attenzione e non parlo dei soliti nomi ma anche di registi poco conosciuti nel nostro paese come Minervini Marcello, Bispuri, Carpignano. Film che poi nel nostro paese non incontrano successo commerciale.”

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