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Bernardo Caprotti, la causa contro i figli: ecco alcuni retroscena

Ora che Bernarndo Caprotti si è spento, ora che il patron dell’Esselunga, che negli anni ’50 portò questi famosissimi supermercati in Italia, non c’è più, in attesa delle esequie private, perché Caprotti voleva così e non desiderava nemmeno che venissero affissi necrologi, tornano in auge le diatribe di famiglia e i gossip che vi ruotano attorno, ma soprattutto si torna a parlare della causa contro i figli e dei vari retroscena.

Nel 2013, infatti, dopo essere stata accusata da suo padre di aver congiurato contro di lui e alcuni amministratori delegati dell’azienda, Violetta Caprotti, figlia di Bernardo Caprotti, rilasciò una lunga intervista al Corriere della Sera raccontando la sua verità e sottolineando: “Ho amato mio padre con tutta me stessa e ho sempre cercato di assecondarlo in ogni modo pur di avere un po’ del suo affetto, questo padre che mi è sempre mancato” oltre a specificare di aver sempre particolarmente apprezzato l’uomo che l’aveva cresciuta e di aver cercato in tutti i modi di trascorrere quanto più tempo con lui.

Nella lite  per la proprietà fiduciaria delle quote del gruppo della grande distribuzione, una lite finita in tribunale, Bernardo Caprotti difendeva l’Esselunga dai figli di primo letto. In un primo momento, infatti, l’imprenditore aveva dato le azioni a Violetta e Giuseppe, tenendo per sé la nuda proprietà, ma, poi, aveva deciso di riprendersi il tutto. Violetta, sottolineando di aver desiderato anche un padre “normale” pronto ad andare a sciare con lei e non sempre occupato a causa del lavoro, diceva, per rispondere ad alcune accuse: “Fino a oggi sono rimasta in un rigoroso silenzio per stile personale. Non penso di essere una figlia ingrata; anzi sono la figlia che gli è sempre stata più vicina; certo nel ‘99 mi sono sposata con un uomo americano ma ogni sera ci parlavamo al telefono e una volta tornata in Italia andavo a trovarlo di continuo in azienda per pranzare con lui in mensa, insieme con gli altri dirigenti, con alcuni dei quali sono rimasta sempre in contattoe contrattaccava: “In quanto azionista e proprietaria, ho ricevuto dividendi assolutamente identici a quelli di mia sorella di 16 anni più giovane di me, lei che non ha lavorato un solo giorno in azienda“.

Dopo le dichiarazioni al Corriere della Sera dei figli Violetta e Giuseppe, però, la questione non si era chiusa o quantomeno non era rimasta solo nelle aule del tribunale bensì vi era stata la lettera di Caprotti a Dagospia, una lettera pronta a specificare alcuni punti e a puntualizzare su ogni accusa giunta a destinazione facendo il conto dei soldi dati e delle proprietà regalate a tutti con la specifica del valore di ogni cosa.

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