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Biennale Architettura 2016: Aravena contro la mediocrità

È banale e riduttivo parlare della 15. Mostra Internazionale di Architettura (28 maggio – 27 novembre 2016, Venezia), come della Biennale Architettura 2016 che guarda al sociale. Le tematiche con cui si intrecciano nel concreto i progetti presentati dagli architetti e dai professionisti del settore sono sì la migrazione, le periferie, le calamità naturali, l’insicurezza, la sostenibilità, la segregazione, la disuguaglianza, lo spreco, l’inquinamento, con forte impatto sul nostro presente, ma per permetterci di capire, anche a chi non è addetto ai lavori o sensibile in materia, bisogna addentrarsi in profondità tralasciando le etichette più comuni, perché è facile parlare di sociale quando sociale tutto può essere. Scrutiamo l’orizzonte, come Maria Reiche dall’alto della sua scala, e costruiamo il nuovo punto di vista, fino ad aprirlo al molteplice, con inventiva e pertinenza. Nelle due giornate di vernice, 26 e 27 maggio, dai Giardini all’Arsenale, ho avuto modo di percepire quanta grandezza possa esistere in chi le cose le vuole fare per davvero (e le fa).

È troppo facile idealizzare senza la volontà e la tenacia del creare, la Biennale Architettura 2016 non ci propone immagini e materie dettate dal caso per lo stupore e la riflessione di qualche istante, che scivola e domani chissà, no, Alejandro Aravena, curatore di Reporting from the Front e Direttore della Mostra, ci mette, volenti o nolenti, di fronte ad una realtà con cui conviviamo costantemente: la mediocrità. Contro questo stadio fermo si aprono i Padiglioni Nazionali e gli eventi collaterali, andando verso una direzione comune, quella del progetto di qualità, coerente, solido, che sappia resistere alla troppa-superflua burocrazia e co-esistere con la politica. L’Architettura non è per il che lo si voglia o meno, lo è, fine o non a se stessa, Arte politica, vive nell’urbano ed è attraverso l’urbano che deve far vivere.

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La vita, echeggia di stanza in stanza, da esterno ad esterno, questa ricerca che si fa palpabile per rendere possibile agli essere umani di abitare il mondo con dignità, e di farlo grazie agli strumenti e alle materie che sono accessibili e dove trovano ostacolo, che questo sia occasione di incontro verso una soluzione. L’Europa vive con l’influsso di richiedenti asilo, concreto ed efficace è We house Refugees della Finlandia, progetto in cui i Donor Apartments (appartamenti donatori) e le Embedded Refuge (rifugi integrati) fanno parte di alloggi temporanei che si aggiungono ad edifici già esistenti, integrandosi senza togliere né affollare il territorio. Sempre la Finlandia, con Start with a roof, utilizza dei tetti di futuri edifici per delle abitazioni temporanee, che diventeranno tetti di nuove costruzioni, una volta risolta l’emergenza, senza aumentare le costruzioni, a favore della sostenibilità ambientale e finanziaria.

Continua, la vita, ad ergersi a protagonista nel Blu di quel mare che fa parte di noi, e ci immerge senza confini “privo di ogni traccia del sangue cattivo” nella Jugoslavia, dove il sonoro ci porta quiete di denuncia in cui possiamo porre fede, e ci catapulta nel tormento di una nave sovrabbondante in Turchia, dove ogni oggetto capitale è già per natura fuori misura. La Romania, invece, ci mostra l’ineluttabile automatismo del fare per fare, senza studio, pur di non stare fermi a guardare in faccia la realtà: piccoli uomini, piccoli noi, che producono il quantitativo esagerato di x e y come se Tempi moderni di Chaplin non ce l’avesse mai detto.

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Farsi travolgere dal cambiamento ed essere pronti ad abbracciarne subito un altro? Qui siamo nella Repubblica Popolare Cinese, che spiazza per totale purezza: lì, dove il fenomeno dell’inquinamento è morte per l’essere, il progetto è quello di collegarsi tramite giardini e orti, che facciano bene non soltanto al sé, ma anche ai rapporti insani tra gli individui; è un totale germogliare, talmente semplice per natura, che l’uomo ci ha messo molto tempo per capirlo, ma ci è arrivato. Pianto all’esterno dei semi a mio nome, con un atto partecipativo che oggi mi fa dire: “Ho fiducia” e domani genererà futuri spinaci. La Biennale Architettura non è la Biennale Arte, qui gli architetti non si sono presentati come artisti, quando si visita la Mostra s’incontrano tante assenze-fisiche, ma ci sono, sono solo altrove. C’è tanto in questa Biennale così come ad ogni vernice c’è il senso di non aver portato a casa tutto, ma ora, come viaggio introspettivo che farò nei prossimi mesi c’è la sete di andare oltre la mediocrità, nel rivedere la Mostra a novembre ci sarà un altro punto di vista. Reporting from the front…

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Photo Credit: Isotta Esposito per UrbanPost

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