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Brescia, muore dopo 31 anni di coma: il ricordo straziante del padre

La notizia di pochi giorni fa della morte di Ignazio Okamoto ha sconvolto l’intera comunità di Collebeato, in provincia di Brescia. L’uomo di 54 anni è morto venerdì scorso, 23 agosto 2019, dopo 31 anni di coma. Una vita vissuta in “stand by” a causa di un terribile incidente stradale avvenuto il 19 marzo 1988. Il ragazzo, poi diventato uomo, è stato assistito in tutti questi anni dai suoi genitori, Hector Okamoto, 76 anni, e Marina, 74 anni. Il Quotidiano.net ha intervistato il padre del ragazzo, che, con forte commozione, ha parlato di suo figlio e di questi 31 anni di coma. Nonostante le condizioni precarie del figlio per loro è stata comunque una doccia fredda, che supereranno solo con il tempo. Sopravvivere ad un figlio è qualcosa che un genitore non potrà mai accettare fino in fondo, ma si sa la vita continua e per questo, custodendo il suo ricordo nel cuore, dovranno andare avanti.

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Brescia, Ignazio Okamoto muore dopo 31 anni di coma

Ignazio Okamoto, conosciuto da tutti come “Cito”, è morto a 54 anni, venerdì 23 agosto 2019, dopo ben 31 anni di coma. Dal quel lontano giorno del suo incidente, 19 marzo 1988, Cito non si è più svegliato e ha vissuto una vita-non vita assistito dalle cure amorevoli dei suoi due genitori. Il padre ha ricordato Ignazio durante un’intervista al Quotidiano.net. L’uomo, sconvolto da quanto successo, ha dichiarato: «Non ce lo aspettavamo. Anche se è logico che con lui dovevamo vivere alla giornata, niente era scontato. Però era da tempo che non chiamavamo il medico, non c’era nemmeno bisogno. Tempo fa veniva a visitarlo una volta al mese, poi lo avevo avvertito che in caso di peggioramenti lo avrei chiamato io». Una perdita che ha lasciato nel loro cuore un vuoto incolmabile e un dolore atroce che solo con il tempo migliorerà, in parte.

Brescia Ignazio Okamoto

Il ricordo straziante del padre

Il padre di Ignazio Okamoto, Hector, alla domanda del Quotidiano.net su come ricordi il figlio prima dell’incidente ha risposto: «Era un leader, un grande trascinatore, pieno di vita e di amici. Amava il baseball, andava a cavallo. Si era iscritto a Economia e commercio ma aveva lasciato perché aveva trovato lavoro nel mondo dei Pc e dei cellulari agli albori, e stava facendo carriera. La nostra linea telefonica era rovente, aveva sempre da organizzare qualcosa con qualcuno». Poi il padre di Ignazio ha ricordato così la sera dell’incidente: «Ci chiamarono alle cinque del mattino per dirci dell’incidente e io mi precipitai all’ospedale di Modena. Aveva riportato ferite alla testa gravissime. Non volevo crederci. Gli cercarono un posto in un centro avanzato, ma tutte le strutture erano piene. Alla fine lo trasferirono in elicottero alla Rianimazione di Parma, dove rimase 70 giorni. I medici fecero il massimo, ma lo dissero subito: coma irreversibile. E così è stato. Ma noi volevamo illuderci».

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