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Carlo Taglia, storia di un “Vagamondo”: intervista al viaggiatore solitario che ha girato il mondo

Carlo Taglia è il viaggiatore solitario che ha fatto il giro del mondo e ha condiviso con le persone la sua storia. Prima pubblicando Vagamondo e poi La Fabbrica Del Viaggio, Carlo Taglia si è messo a nudo: la sua non è soltanto un’avventura lungo i sentieri del mondo, bensì un viaggio introspettivo che gli ha dato la forza per rimettere insieme i pezzi della sua vita. La redazione di Urban Post Viaggi ha cercato di capire nel profondo Carlo Taglia.

Perché ad un certo punto della tua vita hai scelto di viaggiare senza aerei, in un modo così poco scontato e forse antico?

“È proprio il modo autentico con il quale prima ci si muoveva. Io, in realtà, non amo stare sugli aerei. Non mi sento a mio agio in una scatola che ti porta ad una così alta velocità da un punto all’altro del mondo. È anche un modo per allontanarsi dai ritmi frenetici della vita che stai lasciando per un periodo. In questo modo ci si gode di più il mondo, le culture, le persone. Ho imparato che il bello del viaggio è godersi il percorso, meno la destinazione in sé”. 

Qual è il tuo rapporto con la fama, ora che hai scritto i libri e sei un punto di riferimento per molti?

“Ho iniziato a viaggiare 11 anni fa, la fama è arrivata con il giro del mondo, più precisamente quando sono tornato a casa. Da una parte è molto bello, perché questo tipo di viaggio tira fuori l’entusiasmo della gente, le belle emozioni dalle persone e questo è anche il motivo che mi ha spinto a continuare su questa strada: la condivisione della mia storia mi ha permesso di conoscere le cose belle che le persone hanno da offrire. Dall’altra parte ero un po’ spiazzato all’inizio. Ero sorpreso perché al mio ritorno mi sono dovuto riadattare a questa nuova realtà, in cui la mia vita é diventata pubblica. Ma comunque non ha rappresentato un grosso problema, perché ho scelto di raccontare tutta la mia vita nel bene e nel male. Questa grande apertura verso il pubblico, cioè il venire meno delle maschere sociali, è stata una grande terapia per me”.

Cosa rappresenta per te il viaggio e qual è il messaggio che vuoi trasmettere con il tuo libro?

“Racconto la mia storia che può essere di ispirazione a tanti ragazzi che come me hanno vissuto un’adolescenza un po’ travagliata. Io ero autodistruttivo. Il viaggio è stato la cura dell’anima, perché comunque la mia storia parte da un malessere e il viaggio ha funzionato da antidepressivo. Ho trovato un’armonia ora, dopo tanti anni. Viaggiare mi ha dato gli strumenti per risolvere alcune cose del passato. Viaggio in solitaria per questo, perché vedo il viaggio più come un percorso introspettivo. Il vero viaggio è dentro di sè, non fuori”.

Cos’hai provato quando sei tornato a casa per la prima volta, dopo un lungo viaggio?

“La prima volta è stata spiazzante. Tornare per le prime volte non è facile perché poi ti senti ancora più alienato rispetto a quando sei partito, quindi ci vuole esperienza anche in quello. Ora i ritorni sono piacevoli perché ormai so gestirli e ho imparato ad affrontarli. Ho capito che il viaggio è uno stato d’animo che una persona può ricreare anche a casa, attraverso l’apertura, trovando amici muovi e non chiudendosi nella solita routine. Le prime volte non si pensa a tutto questo e quindi si tende a ritornare alla solita vita. Bisogna affrontare la realtà, sapendo che non è la realtà a cambiare, ma sono i nostri occhi a vederla in modo diverso. Il viaggio non è un vero viaggio senza il ritorno”.

Qual è lo spirito giusto per affrontare un viaggio così impegnativo come il giro del mondo?

Ci vuole apertura, entusiasmo, spirito di adattamento. Bisogna essere pronti a fare tanti sacrifici e a non avere tante aspettative. Ci si ritrova davvero a dormire per strada quando non si trova un altro posto. Però bisogna sempre gioire, perché è un’occasione unica, nel bene e nel male. In generale consiglio di viaggiare leggeri, perché poi quando si viaggia si capisce cosa veramente è essenziale. Viaggiare in modo economico, a prescindere dalle proprie possibilità finanziarie, è il miglior modo per adattarsi alle culture e per conoscerle meglio. Consiglio di coltivare sempre il sorriso e di portare rispetto, perché siamo ospiti nei loro paesi”.

A marzo ha fatto il giro del web la storia delle ragazze argentine uccise in viaggio. Cosa pensi tu delle diverse possibilità che uomo e donna hanno di viaggiare in sicurezza?

“È innegabile che nel mondo ci siano ancora tante culture maschiliste. Io dico che per una donna è possibile viaggiare in solitaria, ma magari non ha la stessa libertà di un uomo. Consiglio prima di fare esperienza rapportandosi con culture vicine alla propria, per capire come relazionarsi con la persone in altri paesi. Non bisogna nutrire troppa diffidenza. Una donna deve anche avere la capacità di informarsi e trovare le informazioni giuste. Consiglio di cercare i punti di riferimento negli altri paesi, in cui trovare le informazioni necessarie. Ho conosciuto donne che viaggiano da sole quindi non è affatto impossibile. Comunque certe disgrazie possono capitare, ma può succedere anche a casa”.

Cosa ti ha lasciato il viaggio e quali esperienze ricordi con maggiore nostalgia?

“Ho cercato un contatto molto forte con la natura. L’esperienza di trekking a 6.000 metri è stata fantastica perché siamo partiti in cinque e solo io sono arrivato in cima, perché gli altri sono stati male. Ero soddisfatto e felice. La montagna è una scuola di vita che mi ha insegnato a stringere i denti. Ho visto paesaggi stupendi in Sud America. Ho conosciuto un bramino indiano e ho vissuto lo spirito dello yoga in India. Il ricordo più bello è sicuramente la pace e l’armonia che mi hanno trasmesso persone semplici come pastori e contadini: è stato magico”.

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