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Caso Yara, cognato Massimo Bossetti a Quarto Grado: “Lui capro espiatorio”

Caso Yara, l’avvocato Claudio Salvagni più che mai agguerrito ospite a Quarto Grado

Omicidio Yara Gambirasio, il 30 giugno inizierà in Corte d’Assise a Brescia il processo d’Appello a carico di Massimo Bossetti, il carpentiere bergamasco condannato in primo grado all’ergastolo, lo scorso 1° luglio 2016, perché giudicato responsabile del delitto. Lui si dichiara da sempre innocente e completamente estraneo ai fatti.

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Ieri sera 19 maggio uno dei suoi avvocati difensori, Claudio Salvagni, è stato ospite in studio di Gianluigi Nuzzi a Quarto Grado, ed ha ribadito la centralità della super perizia sul Dna che la difesa ha chiesto alla Corte, atta a fugare i dubbi e le anomalie che sarebbero emerse – durante le indagini prima, nel corso del processo poi – circa quella che per l’accusa e la Corte d’Assise di Bergamo è stata la prova regina che ha portato alla condanna di Bossetti: il profilo genetico rinvenuto sui leggings e gli slip della vittima appartenente a Ignoto 1, che per i giudici è riconducibile proprio al Dna di Bossetti. Per la difesa le cose non stanno così, e l’obiettivo è di dimostrarlo durante l’imminente processo di secondo grado.

Quarto Grado, l’intervista al fratello di Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti

Sempre nella puntata in oggetto è stata mandata in onda l’intervista esclusiva ad Agostino Comi, fratello di Marita Comi, moglie di Massimo Bossetti, nonché cognato dell’imputato. Di seguito i passaggi salienti delle sue dichiarazioni:

Domanda: «Conosci Massimo dall’inizio della storia con tua sorella».
Risposta: «Sì, praticamente da quando ha cominciato a frequentare mia sorella».
D: «Non ha mai avuto segreti?»
R: «No, si confidava parecchie volte con me… Io l’ho saputo nel pomeriggio, tornando dal lavoro, alla radio, che avevano preso il presunto assassino di Yara».
D: «Poi, per mesi, finché non c’è stata la “discovery” degli atti, sono cominciate a uscire un sacco di notizie contro Massimo…».
R: «Negli interrogatori che mi facevano, io dicevo come conoscevo Massimo, ma loro sembrava volessero che dicessi tutt’altro. Dicevo: “Scusate, ci ho parlato fino a ieri, è una vita che lo conosco, non è come dite voi”».
D: «Tante notizie che poi, in dibattimento, sono state ridimensionate…».
R: «Esatto. Per me son stati colpi bassi, perché anche loro poi si son resi conto che comunque era una famiglia normale. Tutti gli amici raccontavano che è sempre stato normale… non hanno trovato niente a cui appigliarsi, per cui dovevano creare qualcosa per forza… l’unica cosa era quella goccia lì, che assomiglia al suo DNA a quanto mi sembra… perché c’è un sacco di dubbi anche lì…».
D: «Non ti è mai venuta l’ipotesi che potesse davvero lui aver fatto qualcosa del genere? Che avesse indossato con te una maschera per 25 anni?»
R: «Guarda, quando quel venerdì famoso è sparita Yara, la povera Yara, il sabato dopo eravamo a tavolino a parlare del più e del meno. Mi sembra una cosa veramente assurda, ma poi… non lo conosciamo così».

Massimo Bossetti: per il cognato il Dna non basta a dimostrare la sua colpevolezza

Agostino Comi parla di possibile errore nelle indagini. Ritiene che la prova scientifica del Dna non sia sufficiente a dimostrare la colpevolezza di Massimo Bossetti, e chiede che vengano prodotte altre prove concrete e inconfutabili.
D: «Avete provato a interrogarvi su quali possibilità possano aver provocato il fatto che questo DNA, secondo chi dice sia suo, sia finito lì?»
R: «Chi lo sa. Io so che le persone possono sbagliare… loro non lo ammetteranno mai , perché con tutti quei soldi che hanno speso qualcuno dovevano trovare…».
D: «Un capro espiatorio».
R: «Esatto. Per me non gli interessa se han rovinato altre famiglie: han speso tutti quei soldi lì: è lui e basta».
D: «Quindi tu eri a Brembate proprio la sera del delitto».
R: «Sì».
D: «A che ora?»
R: «Di solito alle 18/18.30, 19 al massimo».
D: «Hai visto il furgone di tuo cognato?»
R: «No».
D: «Marita ha chiesto – o comunque avete parlato – di dove eravate quella sera, e Massimo non avrebbe ricordato dov’era. Ci racconti quella sera? Quando era, intanto?»
R: «Il giorno preciso non me lo ricordo. Era una classica sera: abbiamo mangiato e poi, dopo il caffè, si parlava del più e del meno, è saltata fuori la storia della povera Yara… e così, parlando, ci siamo domandati “dov’eri te?”. Niente di particolare».
D: «E lì Massimo non avrebbe risposto».
R: «Eh, non si ricordava, come non mi ricordavo neanche io. Al momento non mi ricordavo neanch’io. Quando anche gli inquirenti mi hanno chiesto dov’ero quella sera, ci ho pensato: ma io c’ho le agende e posso andare a vedere».
D: «Ora si apre il processo di appello. Voi cosa chiedete?»
R: «Chiediamo la famosa perizia: quello è il minimo, con tutte le cose che non vanno… a loro non interessa a quanto vedo… con tutto il lavoro che hanno fatto i nostri avvocati, almeno quella… almeno! Perché così vuol dire proprio che c’è sotto qualcosa… perché le vai a pensare tutte! Han paura di far saltar fuori che sia… e chi lo sa? Chi me lo dice che non sia un suo cugino, un suo parente… il DNA può somigliare, no?»
D: «Dovesse essere fatta una perizia, e confermasse che il DNA sugli slip di Yara è proprio di tuo cognato, cambi idea? Ti ricredi?»
R: «Se c’è solo quello, non ci credo. Se mi fanno vedere tutte le altre cose che non sono chiare, ne parliamo. Ma se mi fanno vedere solo quello, non ci credo assolutamente».
D: «Quand’è l’ultima volta che sei andato a trovarlo?»
R: «Ci devo andare a giorni, perché è un po’ che non ci vado. Ho lasciato più spazio ai bambini, a mia sorella, alla mamma. Non sono tante le visite, per cui…».
D: «Come l’hai trovato? A volte è positivo perché riesce a lavorare, ci dicono, altre volte…».
R: «Eh sì, ha degli alti e bassi, quello è normale in quei posti lì».
D: «Cosa gli dici?»
R: «Di tener duro, gli dico, ché la verità deve saltar fuori in un modo o nell’altro. Io, come ho detto, spero il più presto possibile».

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