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Caso Yara: “Ignoto 1 ha gli occhi molto chiari”, dettaglio in mano agli inquirenti prima di arrivare a Bossetti

Omicidio Yara Gambirasio: la pm Ruggeri ricostruisce le indagini

Domenica sera 12 marzo Sky ha trasmesso la prima delle quattro puntate dello speciale realizzato dalla Bbc sul caso relativo all’omicidio di Yara Gambirasio, dal titolo “Ignoto 1 – Yara, DNA di un’indagine”. La più imponente inchiesta sul Dna mai realizzata in Italia, dove l’indagine investigativa della procura di Bergamo partì dal nulla, senza indizi, e per settimane brancolò nel buio prima di intraprendere una pista ben precisa che portò alla individuazione del profilo genetico dell’assassino, ovvero il Dna di Ignoto 1 che per i giudici di primo grado corrisponde alla persona di Massimo Bossetti, il carpentiere bergamasco condannato all’ergastolo per il delitto della 13enne di Brembate.

Un documentario incentrato sulla pm Letizia Ruggeri, titolare delle indagini, che racconta in prima persona tutta la fase dell’inchiesta fin dai suoi albori. Parte da quel 26 novembre 2010 giorno del delitto, e rivive passo per passo tutto il modus operandi seguito per arrivare alla verità e dare giustizia alla povera vittima. La pm si commuove quando descrive il dolore della mamma della Yara il giorno dei funerali, immedesimandosi, da madre quale è, nella sofferenza della donna, privata di una figlia in maniera così brutale ed inspiegabile.

Caso Yara prime fasi delle indagini: i cani molecolari e il profilo genetico del killer

Gli investigatori partirono dall’unico elemento che avevano in mano: le tracce del percorso fatto dal cellulare della 13enne, che alle 18:55 del giorno del delitto diede il suo ultimo segno di vita per poi spegnersi per sempre. A quell’ora, ricostruisce la pm Letizia Ruggeri, Yara era ancora nella zona della palestra di Brembate da cui era appena uscita, probabilmente già in compagnia del suo assassino.

Si cercò per settimane un indizio: tre cani molecolari in tre giornate distinte fiutarono le tracce della ragazzina nel cantiere edile di Mapello; era quello il primo dato oggettivo concreto sul quale gli investigatori potevano far riferimento. “Arrivati lì i cani impazzirono”, spiega bene la Pm, e ciò portò ad una deduzione: la piccola Yara prima di essere uccisa fu condotta in quel cantiere.

Ci fu poi l’errore della Procura di Bergamo, che portò alla incarcerazione di Mohamed Fikri, il piastrellista marocchino che lavorava in quel cantiere, inchiodato da una frase intercettata e mal tradotta – “Perdonami Allah, non l’ho uccisa io” – arrestato per 3 giorni e poi scarcerato.

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Fu solo con il ritrovamento accidentale del corpo della vittima, ormai mummificato, il 26 febbraio 2011 che si ebbe la svolta nelle indagini: il profilo genetico di un uomo commisto al Dna della 13enne fu infatti isolato sui leggings e sugli slip di Yara Gambirasio.

La traccia del Dna: Ignoto 1 ha gli occhi molto chiari, la prima certezza degli investigatori

Quella traccia mista del Dna per la Procura e i Ris di Parma era la chiave per risalire all’assassino di Yara Gambirasio. Era la firma del killer, e fu fatta analizzare in diversi laboratori, sia in Italia che all’estero. La pm Ruggeri spiega che proprio in un laboratorio di analisi genetiche degli Stati Uniti si determinò un elemento di quel profilo genetico che poi in futuro – ora lo sappiamo – si sarebbe rivelato esatto. Ignoto 1, ossia l’individuo al quale apparteneva quel Dna, aveva quasi certamente gli occhi molto chiari. Celesti o verdi, ma comunque chiarissimi. La eventualità che ciò fosse vero superava il 94% di possibilità, assicuravano gli esperti americani che avevano analizzato quella traccia di Dna.

Era una fase delle indagini, questa, in cui la Procura di Bergamo procedeva a carico di ignoti. Non c’erano indagati né sospettati, ma i primi due elementi concreti sui quali sviluppare un approfondito e fondato filone di indagini sembrava ormai acquisito: l’uomo che aveva stordito Yara colpendola alla testa e ferendola con almeno 9-10 piccoli e poco profondi tagli al solo scopo di seviziarla, per poi abbandonarla nel campo di Chignolo d’Isola e lasciarla morire di stenti e freddo, era in qualche modo legato all’ambiente edile e aveva gli occhi molto chiari.

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A quel punto partì il lavoro titanico degli inquirenti di Bergamo, che non ha precedenti nel nostro Paese: fare il prelievo del Dna a tutta la cittadinanza di Brembrate, partendo dalle persone più vicine alla vittima per poi allargare il cerchio delle ricerche. Verranno analizzati 23mila profili genetici e questa certosina ricerca come sappiamo porterà ad Ester Arzuffi, Giuseppe Guerinoni e Massimo Bossetti.

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