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Caso Yara, intervista esclusiva all’avvocato di Massimo Bossetti: “Lettere agli atti clamoroso autogol dell’accusa”

di Michela Becciu –  Il ‘no’ della Corte d’Assise di Bergamo a una nuova perizia sul Dna, la decisione, invece, di accogliere la richiesta dell’accusa e acquisire agli atti del processo le presunte lettere scabrose scritte da Massimo Bossetti a una detenuta. La insoluta discrepanza tra Dna nucleare e mitocondriale della traccia biologica mista trovata sui leggings e gli slip di Yara Gambirasio, che per l’accusa appartiene alla vittima e al carpentiere unico imputato al processo sull’omicidio della ginnasta di Brembate. A poche settimane dalla sentenza di primo grado, di queste ed altre tematiche UrbanPost ha parlato direttamente con Claudio Salvagni, difensore, insieme a Paolo Camporini, di Massimo Bossetti. Ecco come il legale ha risposto alle nostre domande:

‘No’ a nuove perizie, in primis quella sul Dna, e sì, invece, alle presunte lettere scabrose tra Bossetti e la detenuta Gina, che entreranno dunque nel processo. Lei come giudica questa decisione della Corte?

“Non è semplice interpretare il pensiero della Corte, io parto sicuramente da un dato certo: allora, nella fase cautelare in sede di Riesame, il tribunale di Brescia aveva detto che le anomalie che la difesa aveva evidenziato (mi riferisco alla mancanza del mitocondriale di Ignoto 1) necessitavano di una risposta. Quindi, questa risposta sarebbe dovuta arrivare attraverso una perizia o un incidente probatorio; questo avevano detto i giudici del Riesame. La Cassazione, alla quale noi ci siamo rivolti impugnando quel provvedimento, ha evidenziato come il tribunale del Riesame si era fatto onestamente carico del problema, però non poteva entrare nel merito della questione, essendo giudice di legittimità e non di merito, e non poteva dirimere questa controversia. Il dibattimento sicuramente non ha dato delle risposte, non ha chiarito come mai c’è questa mancanza (del Dna mitocondriale ndr), se c’è una risposta scientifica a questa mancanza; ha lasciato aperti tutti gli interrogativi che c’erano allora … Quindi la domanda è: come mai la Corte ha deciso di non concedere questa perizia? Io credo perché a quell’interrogativo non vi sia risposta, quindi anche sentire un perito in più non avrebbe portato un elemento scientifico dirimente; per questo ritengo che quella parte di indagine non potrà essere usata, questa è la mia conclusione, ecco, ed ha una logica sia giuridica che processuale.”

Tornando alle missive tra Massimo Bossetti e la detenuta, a suo giudizio il loro contenuto potrà inficiare l’andamento del processo? Queste lettere potranno influenzare negativamente la Corte?

“Credo che questo sia stato un clamoroso autogol da parte dell’accusa: produrre parte della corrispondenza tra due detenuti con l’intento di mettere l’occhio nel buco della serratura, per scrutare le propensioni sessuali di un detenuto, è secondo me non soltanto operazione voyeuristica che nulla ha a che vedere col processo, ma in questo caso sarà come un boomerang e spiego il perché. Estrapolare una riga su una, due pagine di lettere è un’operazione non corretta, infatti noi prima di opporci all’acquisizione ci siamo riservati la lettura – cosa che abbiamo fatto – e la lettura ci restituisce un contenuto molto diverso da quello che invece era stato prospettato in maniera così sintetica, ovvero: anzitutto Bossetti continua a proclamarsi innocente nelle lettere, ha delle parole molto belle anche nei confronti della vittima, evidenzia il suo stato di prostrazione, il desiderio di avere un rapporto non soltanto fisico, ma anche affettivo, quindi sono parole, come dire, molto tenere … E poi, ovviamente, c’è anche il contenuto più ‘oltre’ – chiamiamolo così, ecco – che fa parte dell’essere, della vita dell’uomo. Quindi noi abbiamo chiesto l’acquisizione di tutta la corrispondenza proprio per inquadrare perfettamente la persona e la Corte in questo senso ha accolto la nostra richiesta, quindi le lettere entreranno a far parte del compendio processuale. Se queste avranno un riscontro positivo o negativo lo scopriremo con la sentenza, io non posso che vederlo positivamente”. 

A proposito della ‘prova regina’ del Dna, che è il perno stesso dell’impianto accusatorio a carico di Bossetti: se per l’attribuzione di un profilo genetico a un individuo viene fatto riferimento solo al Dna nucleare, per quale motivo voi in questo caso ritenete che questo non sia sufficiente a dimostrare che quella traccia ematica appartenga al vostro assistito?

“Guardi è molto semplice: è come con le moltiplicazioni, quando a scuola facevamo la cosiddetta ‘prova del 9’ per verificare se la moltiplicazione l’avevo svolta in maniera corretta … questa è la stessa cosa. Il Dna mitocondriale non è qualcosa che in natura ha più o meno importanza, il Dna mitocondriale deve ‘mecciare’ con il suo nucleare. Il mitocondriale è quello che ci dà la nostra mamma, se ce n’è un altro vuol dire che è stato sbagliato il nucleare o che sono sbagliati tutti e due. Sicuramente c’è qualcosa che non va … il Dna nucleare è sufficiente a identificare le persone, è vero, ma se poi io vado a fare la prova del 9, e non torna, vuol dire che c’è un errore. Questo è il ragionamento semplicissimo e sintetizzato, questo è il punto”. 

Diversamente da altri imputati, che spesso si avvalgono della facoltà di non rispondere, Massimo Bossetti ha scelto di prendere parola al processo. Quindi lui ha parlato, ha addirittura ‘affrontato’ la Corte mettendo, in alcuni passaggi, anche in discussione l’onestà di alcuni testimoni. Secondo lei questo atteggiamento si rivelerà controproducente per il suo assistito? 

“Non lo so, io posso soltanto dire che questo è il signor Massimo Bossetti, nel senso che non ha sicuramente assunto un atteggiamento per ‘captare la benevolenza’ della Corte, cioè non ha detto delle cose per imbonirsi la Corte. Ha detto quello che lui riteneva giusto dire in quel momento, quello che per lui è la verità. Quindi se ci sono stati dei testimoni che in dibattimento hanno detto il falso – e ce ne sono stati tanti, questo glielo posso certificare io – lui lo ha espressamente denunciato. Non è possibile sentire dei testimoni dire delle cose palesemente false e poi essere smentiti dal teste successivo … falsi in questo senso, ecco, perché sicuramente uno dei due ha detto una cosa falsa, bisogna capire chi. Quindi questo è il personaggio Bossetti: davanti alla Corte ha ribadito la sua verità, con forza e convinzione, senza timore di esprimere il suo pensiero”.

Per quanto riguarda la testimonianza al processo del figlio minorenne di Bossetti: era così indispensabile chiamarlo in causa e coinvolgerlo in prima persona in questa situazione già di per sé delicata? Le sue parole avranno un peso alla fine? 

“Per noi sì, era importante. Era il tassello che serviva per chiudere un mosaico, perché è un ragazzo di 15 anni, certamente molto provato per tutto quello che è successo ma che ha conservato una sua genuinità, e che ha una sua freschezza, una sua spontaneità che ha restituito alla Corte. Quindi sentir parlare il figlio maggiore di Bossetti è stato secondo me molo importante perché con la spontaneità di quell’età ha detto delle cose molto importanti”. 

 

 

 

 

 

 

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