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Caso Yara, l’arresto di Bossetti e il passato della madre: la ricostruzione dettagliata dei momenti cruciali dell’inchiesta

Ester Arzuffi è la madre di Ignoto 1: la svolta grazie ai genetisti dell’Università di Pavia

Domenica 26 marzo Sky Atlantic ha trasmesso la terza delle quattro puntate del documentario della Bbc dal titolo “Ignoto 1 – Yara, DNA di un’indagine”. Era il giugno del 2014 e la procura di Bergamo si apprestava a prelevare il dna di donne della bergamasca che in qualche modo avessero potuto avere rapporti confidenziali con Giuseppe Guerinoni; lo scopo era quello di trovare la madre di Ignoto 1, ovvero la donna che diede alla luce un figlio concepito fuori dal matrimonio con il padre biologico dell’assassino di Yara Gambirasio.

La pm Letizia Ruggeri quando tutto sembrava perduto decise di tentare l’ultima carta, ovvero affidare a Carlo Previderè e la sua assistente Pierangela Grignani, genetisti dell’Università di Pavia, l’incarico di effettuare gli accertamenti scientifici sul profilo genetico di Ignoto 1 e compararli con i Dna delle donne possibili madri dell’assassino di Yara, prima che allo scadere dei tre anni di indagini si arrivasse alla loro archiviazione. Ciò che balzò agli occhi dei due scienziati fu un particolare importante: nel Dna nucleare di Ignoto 1 c’era una variante poco diffusa tra la popolazione della bergamasca. L’allele 26 era una caratteristica genetica assente nel profilo di Giuseppe Guerinoni, che non presentava quella variante, e per deduzione si ipotizzò dunque che l’allele in questione ad Ignoto 1 era stato trasmesso dalla madre. Attraverso l’analisi del Dna nucleare del killer della 13enne i due scienziati arrivarono ad una certezza: il Dna della madre ancora sconosciuta di Ignoto 1 aveva l’allele 26. E così fu.

Furono prelevati i Dna a 532 soggetti femminili e consegnati nel febbraio 2014 al laboratorio di Pavia. Iniziò la comparazione dei profili e giunti al Dna 321 i due genetisti arrivarono alla svolta: il profilo di una signora chiamata ‘Ester Arzuffi’ aveva l’allele 26 e il suo Dna aveva una ‘piena compatibilità’ con quello di Ignoto 1. Previderè e la sua assistente stabilirono il rapporto di maternità tra Ester Arzuffi e Ignoto 1 e alle 20 del 13 giugno lo comunicarono alla pm Ruggeri: “Vedendo le colonne dei marcatori genetici di Guerinoni, Arzuffi e Ignoto 1 messi a confronto anche un profano della materia avrebbe notato che Ignoto 1 aveva metà del padre e metà della madre”, queste le sue parole.

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Il passato di Ester Arzuffi e l’arresto di Massimo Bossetti

Il pm Letizia Ruggeri dispose accertamenti sulla signora Arzuffi, al fine di ricostruire il suo passato e conoscere la sua vita. Si scoprì che la donna aveva tre figli: il più giovane Fabio, e due gemelli, Laura Letizia e Massimo Giuseppe. Ester aveva vissuto insieme al marito a Ponte Nossa, proprio nella stessa via in cui visse anche Giuseppe Guerinoni e famiglia. Per chi indagava non poteva essere l’ennesima coincidenza. Il secondo passo fu quello di capire chi tra i figli della donna era quello che interessava le indagini: Massimo Bossetti fu pedinato perché prima di esporsi e procedere con il fermo occorreva trovare certezze, capire le sue abitudini e conoscere qualcosa di più sulla sua vita.

Fu allora che gli investigatori scoprirono che il soggetto lavorava nell’edilizia: Massimo Bossetti era un muratore e lavorava il ferro. Come non ricollegare questo importante particolare al primo indizio di questa indagine che anni prima indirizzò da subito l’inchiesta nel cantiere edile di Mapello? Seguirono altri indizi emersi nelle indagini e riconducibili a Massimo Bossetti: la dottoressa Cristina Cattaneo, anatomopatologa che aveva eseguito l’autopsia sul corpo di Yara, isolò sugli indumenti della vittima polveri di calce e sfere metalliche. Questo fu un ulteriore elemento che convinse gli inquirenti che non si trovavano di fronte a mere coincidenze, bensì a veri indizi di colpevolezza a carico di Bossetti.

A quel punto si attuò il passaggio più importante dell’indagine: il prelievo del Dna al muratore attraverso un posto di blocco in prossimità della sua abitazione, finalizzato a sottoporre gli automobilisti di passaggio all’alcoltest. Accadde il giorno prima dell’arresto di Bossetti: lui transitava a bordo della sua Volvo insieme alla moglie Marita Comi e i tre figli, e venne bloccato per il controllo con l’etilometro che fu ripetuto due volte. Lui scherzava, sicuro del risultato negativo del test, e dopo il controllo si allontanò in auto tranquillo e sorridente.

Nel laboratorio di analisi dell’Università di Pavia ci fu dopo poche ore la conferma: il suo Dna con quello di Ignoto 1 coincidevano perfettamente. Contestualmente alla scoperta il pm avrebbe voluto approfondire la posizione di Bossetti e inserirla ancor meglio in quel quadro probatorio, osservare il suo comportamento, ma “la notizia era impossibile da tenere segreta, usciva fuori” e giunse alla stampa che, letteralmente, ‘impazzì’ e assediò la Procura. Si procedette dunque con l’arresto di Bossetti.

Massimo Bossetti: l’arresto, la tentata fuga e l’interrogatorio in carcere

Massimo Bossetti fu tratto in arresto il pomeriggio del 16 giugno 2014, mentre lavorava alla ristrutturazione del tetto di una villetta. Quando i carabinieri in borghese giunsero in prossimità del cantiere edile notarono che l’uomo alla loro vista “diventò particolarmente irrequieto, si comportava quasi come un animale accerchiato”, diversamente dagli operai suoi colleghi che stavano lavorando sul posto insieme a lui. Il carabiniere che salì sull’impalcatura per bloccarlo racconta che “Bossetti incrociò i miei occhi, si mise a correre infilandosi nella botola per scendere giù ma lì fu bloccato dai miei colleghi. Era piccolo, inerme, spaventato … ma consapevole che eravamo lì per lui”.

Nell’immediatezza dell’arresto Bossetti era come pietrificato e incredulo, all’avvocato d’ufficio che gli era stato assegnato si limitò a dire che lui non c’entrava niente con il delitto di Yara Gambirasio, dando per scontato che di lì a poco sarebbe tornato a casa. Il muratore non sapeva di essere un figlio illegittimo, e la madre Ester, pur smentita dalla Scienza, negò – e continua a farlo – questa evidenza. Ma non era così: il suo Dna sugli slip e sui leggings della vittima andava prima spiegato, capito, risolto, e pesava su di lui come un macigno. Durante il primo interrogatorio Bossetti su consiglio del suo legale si avvalse della facoltà di non rispondere, ma successivamente rispose a tutte le domande del Gip e del Pm. “Diede risposte evanescenti e strampalate”, commenta così il pm Ruggeri quell’interrogatorio. Bossetti il giorno del delitto lavorò nel cantiere al Palazzago solo di mattina, poi si allontanò alle 14:30 per acquistare materiale edile e non vi fece più ritorno. Bossetti alle 17:45 del 26 novembre 2010 era a Brembate con il suo furgone, a quell’ora agganciò la stessa cella telefonica del centro sportivo dove si trovava Yara, dunque vittima e presunto carnefice erano vicini. Dopo quella telefonata Bossetti spense il cellulare per riaccenderlo l’indomani alle 7:34. A collocare l’indiziato nei pressi della palestra anche i filmati delle telecamere di videosorveglianza, che immortalarono il ripetuto passaggio (interrotto subito dopo la scomparsa di Yara) di un furgone cassonato Yveco che il processo ha stabilito essere proprio quello in uso al carpentiere all’epoca dei fatti.

A dieci giorni dall’arresto entra a far parte del pool difensivo di Bossetti l’avvocato Claudio Salvagni, la cui testimonianza è raccolta nel documentario di cui in oggetto. Il legale ha evidenziato la mediaticità del caso innescata a suo dire dal tweet dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, che il giorno dell’arresto di Bossetti scrisse un post in cui riferendosi a lui usò le parole “assassino di Yara”, dimentico della presunzione di innocenza per qualunque indagato fino al terzo grado di giudizio. Un episodio che a suo dire influenzò irreversibilmente l’opinione pubblica colpevolista nei confronti del suo assistito.

“Tante cose non quadrano in questa indagine scientifica. Una su tutte la mancanza del Dna mitocondriale (linea materna ndr) nel profilo genetico di Ignoto 1. Nel nostro caso non è stata trovata una parte di Dna: quello ritrovato è un pezzo di Dna non quello completo”, così Salvagni.

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