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Caso Yara Massimo Bossetti: il movente del delitto e il furgone nei pressi della palestra, lo scontro accusa/difesa

Massimo Bossetti incriminato: le obiezioni del suo pool difensivo

Domenica 2 aprile Sky Atlantic ha mandato in onda la quarta ed ultima puntata del documentario sul caso Yara Gambirasio realizzato dalla Bbc dal titolo “Ignoto 1 – Yara, DNA di un’indagine”. La ricostruzione dei fatti parte dal 26 febbraio 2011, quando fu ritrovato il cadavere di Yara. La giovane vittima stringeva tra le mani dei ciuffi d’erba, per gli inquirenti la prova del fatto che la sua agonia avvenne proprio lì, nel campo di Chignolo.

Il filmato si incastra con i giorni successivi all’arresto di Bossetti e i suoi incontri in carcere con la moglie: Marita Comi in carcere incalza il marito e gli chiede perché il suo furgone è stato ripreso circolare ripetutamente intorno al centro sportivo dove si trovava Yara: “Sei passato lì, ti vedono passare per 55 minuti …” ma Bossetti continua a negare ogni coinvolgimento nella vicenda e ripete di non aver mai visto né conosciuto la 13enne.

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Viene dato largo spazio e voce, in questa quarta ed ultima puntata del documentario, alla tesi del pool difensivo del muratore bergamasco, intervistati suoi protagonisti e analizzate le obiezioni mosse al quadro accusatorio messo in piedi dalla Procura. Inizia l’avvocato Claudio Salvagni: “Da subito l’opinione pubblica fu quasi completamente convinta della colpevolezza del signor Bossetti … per difenderlo abbiamo chiesto, lavorando tutti gratis, la collaborazione di professionisti in ciascun settore”. Continua l’avvocato: “Il genetista Marzio Capra, perché l’asse su cui ruotava l’inchiesta e il processo era il Dna; il criminologo investigativo Ezio Denti, esperto in informatica e computer; e Roberto Bianco”, coordinatore della Difesa incaricato di fare da tramite fra la parte legale e quella tecnico-scientifica. Il collega avvocato Paolo Camporini rimarca l’assunto dal quale il team difensivo partì per dare corpo alla sua strategia: “Quella traccia genetica non basta, non è sufficiente per condannare Bossetti”.

Movente sessuale? La ricostruzione del pm Ruggeri e le contestazioni della Difesa

Dopo l’arresto la Procura volle approfondire la conoscenza della vita, delle abitudini e personalità dell’indagato: furono sequestrati diversi oggetti in casa del muratore, in primis il suo furgone, un Yveco Daily, dove la Scientifica – erano ormai trascorsi 4 anni dal delitto – non trovò tracce biologiche della vittima.

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La Procura era alla ricerca di un possibile movente dell’omicidio. Il pm Ruggeri contestò a Bossetti anche le aggravanti della crudeltà e delle sevizie: “Compì uno scempio, Yara fu uccisa per uno scarico d’ira dell’assassino, probabilmente da lei rifiutato durante un maldestro tentativo di approccio sessuale”. Letizia Ruggeri tuttavia rimarca l’impossibilità di accertare con elementi oggettivi il movente sessuale di questo delitto, rimasto dunque solo ipotizzato e presunto. “Si è trattato di un omicidio compiuto in modo ‘sgangherato’ …”, spiega la pm alla luce della natura delle ferite della vittima, colpita con arma da taglio ma non per essere uccisa, in quanto la morte della piccola Yara giunse dopo ore di agonia e per il freddo. “Sui pc di Bossetti abbiamo visto che a partire dal giugno 2010 (data dell’acquisto del computer) fino al 16 giugno 2014 (giorno dell’arresto di Bossetti e del sequestro dei suoi dispositivi elettronici) c’erano ricerche su Google di siti pedopornografici, ragazzine giovani, ragazzine con capelli rossi, ragazzine vergini. Molte di queste ricerche erano state fatte nel maggio 2014, prima dell’arresto”. Per quanto invece riguarda le scene di sesso consultate via web da Massimo Bossetti, spiegano gli inquirenti, esse “avevano come protagoniste femminili donne che simulavano di essere più giovani di quanto fossero in realtà, ma non veramente minorenni”, materiale pornografico, dunque, ma non pedopornografico.

Ipotesi e accuse queste sempre radicalmente contestate dalla Difesa, che descrisse Bossetti come padre e marito modello “che mai avrebbe potuto macchiarsi di un omicidio di questa natura”. Argomentazioni, le loro, ritenute dalla pm Ruggeri inconsistenti e affatto convincenti, come lei stessa spiega: “Tutto detto per fare teatro … hanno cercato di dimostrare che un uomo come Bossetti non poteva aver commesso quel tipo di omicidio e invece no, a lui piacevano le ragazzine ed era assettato dal sesso …”.

La dinamica del delitto e il furgone di Massimo Bossetti

Un altro aspetto irrisolto e mai chiarito dalle indagini né dal processo di primo grado è la modalità secondo la quale Massimo Bossetti avrebbe fatto salire o caricato Yara Gambirasio sul suo furgone. Nessun elemento a suffragio di ciò è stato infatti mai raccolto e anche la pm nella sua arringa finale al processo ammise questo ‘pezzo mancante’ nella inchiesta. Yara conosceva Bossetti e salì sua sponte sul furgone oppure – sempre parlando per ipotesi ed entrando nell’ottica dell’accusa – Bossetti la caricò sul mezzo a forza? E se sì come, quando e in quanto tempo? Proprio su questi buchi investigativi la Difesa ha fatto sentire la sua voce, rimarcando la farraginosità dell’impianto accusatorio, e la farà sentire ancor di più nel processo di secondo grado che avrà inizio il prossimo 30 giugno.

Molto discusso anche il video del furgone ‘confezionato’ – su ammissione stessa dei carabinieri – per esigenze di comunicazione alla stampa in cui vennero giustapposti i vari passaggi del mezzo di cui a detta della difesa non si può dire con certezza fosse quello in uso al Bossetti. “Quel filmato non è un falso, ma una collazione dei vari spezzoni dei video”, ha precisato la pm.

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