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Caso Yara, scarcerazione negata a Massimo Bossetti: ecco le motivazioni dei giudici

Benché i suoi legali, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, lo abbiano descritto come un uomo depresso e gravemente provato dalla detenzione, “schiacciato” emotivamente per avere appreso in aula dei presunti tradimenti della moglie, Massimo Bossetti non è stato creduto dai giudici della Corte d’Assise di Bergamo, che il 29 luglio scorso gli hanno negato la scarcerazione domiciliare ed anche il tanto anelato trasferimento in una comunità del Bergamasco.

Per loro il muratore presunto assassino di Yara Gambirasio non sarebbe un soggetto “a rischio”, né mostrerebbe la tendenza a commettere atti autolesionistici. Secondo le ultime indiscrezioni emerse al riguardo, infatti, sarebbero tre le fondamentali motivazioni che avrebbero indotto la Corte a rigettare la istanza di scarcerazione presentata dalla difesa.

Anzitutto la mancata constatazione di un deperimento fisico dell’imputato che, nel corso dell’ultima udienza del processo, è anzi apparso in forma (avrebbe messo 2 chili di peso), abbronzato e curato nell’aspetto. Le guardie carcerarie, lo psicologo e lo psichiatra del carcere dove è detenuto dal 16 giugno 2014, inoltre, avrebbero smentito le voci del suo presunto tentato suicidio in cella; terzo, laddove vi fosse realmente il rischio di un gesto inconsulto, per i giudici la incolumità di Bossetti sarebbe molto meglio garantita in carcere che non con una misura di detenzione alternativa.

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