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«C’è la vita dopo la morte?»: la ricerca di un recente studio vi lascerà senza parole

È la domanda delle domande, quella che tutti almeno una volta nella vita ci siamo posti, chi prima, chi dopo, chi in un momento di difficoltà, chi in seguito alla perdita di una persona importante: «C’è vita dopo la morte?». La letteratura ha provato a dare qualche risposta: pensiamo soltanto a Lincoln nel Bardo di George Saunders, uscito lo scorso anno, o allo stesso Dante nella Commedia. Tutto resta però nell’ambito della finzione e l’uomo, come si sa, vorrebbe certezze, spiegazioni concrete. Alcuni ricercatori della Alabama State University e della University of Washington su BiorXiv hanno pubblicato lo studio intitolato “Accurate Predictions of Postmortem Interval Using Linear Regression Analyses of Gene Meter Expression Data”, attraverso il quale hanno tentato di dimostrare che la risposta è affermativa. Insomma sì, c’è la vita dopo la morte. 

Il dottor Nobles e il suo team di professionisti hanno cercato di identificare il momento esatto in cui sopraggiunge la morte di un essere vivente, analizzandone l’espressione di centinaia di geni upregolati (aumento di una componente cellulare). Nello specifico i soggetti presi in analisi sono stati alcuni esemplari di pesci e topi. Dai dati raccolti, i ricercatori sono riusciti ad identificare 1.063 geni che si riattivavano o attivavano in seguito alla morte degli animali. Un arco temporale che varia da 24 ore fino quattro giorni dopo il decesso, come nel caso del pesce zebra. I geni che “riprendevano vita” erano quelli addetti ad alcuni compiti specifici per il corpo, come riattivare il sistema immunitario o contrastare lo stress quotidiano. Ma non si tratta solo di questo. Il team di studiosi è rimasto senza parole dopo essersi accorto che è a riattivarsi erano stati alcuni geni fondamentali per lo sviluppo e la formazione dell’embrione che, durante il corso della vita, restano silenti e nascosti. Altri geni coinvolti sono stati quelli considerati “promotori” dello sviluppo del cancro. Quest’aspetto della ricerca potrebbe spiegare perché le persone che subiscono un trapianto da un paziente che ha avuto il cancro hanno un rischio maggiore di contrarre la stessa malattia.

Queste ultime scoperte gettano una luce nuova nell’ambito della ricerca internazionale: permetteranno  di identificare meglio l’esatto momento della morte e a livello scientifico di migliorare le procedure per i trapianti di organi. E, come dice lo stesso autore del saggio il dottor Noble: «Questo studio dimostra che è possibile avere più informazioni sulla vita studiando la morte!».

Written by Cristina La Bella

Cristina La Bella è redattrice di UrbanPost e LuxGallery. Nasce a Frosinone il 13 febbraio del 1991, quando in Ciociaria la neve non si vedeva ormai da anni e l’Italia tirava un sospiro di sollievo per la fine della guerra del Golfo. Sin da bambina sogna di diventare giornalista. Si laurea nel 2014 in "Lettere Moderne" e nel 2017 in "Filologia Moderna" all'Università La Sapienza di Roma. Il 16 aprile 2018 le viene conferito il riconoscimento di "Laureato Eccellente Sapienza" per il brillante percorso di studi. Cofondatrice di "Voci di Fondo", ha scritto, tra i tanti, con giornali quali "Prima Pagina Online", "Newsly" e "SuccedeOggi" e riviste letterarie come "Carte Allineate", "Fillide" ed "Euterpe". Nel tempo libero le piace leggere, vedere film e fare shopping. Il più grande amore: i suoi nipotini.

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