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Chi non legge Julio Cortázar è condannato ad essere Pablo Neruda (video)

Il 12 febbraio di trenta anni fa moriva a Parigi Julio Cortázar, omone argentino dal temperamento romantico che trovò nella capitale francese quell’accumulazione di esperienze che l’Argentina non gli avrebbe mai dato e che arricchirono quella sua personalissima traiettoria letteraria che non smette di suscitare interesse. Recentemente, durante una sua commemorazione tenutasi a Madrid, Aurora Bernández – la prima moglie dello scrittore – ha confidato al Premio Nobel Mario Vargas LLosa che risultando entrambi vincitori di un concorso per traduttori indetto a Parigi dall’Unesco, rifiutarono di ricoprire l’incarico a tempo pieno per non togliere tempo alla lettura. Altri tempi, si dirà. Certo è che questo aneddoto rivela molto di quel mondo culturale di cui Cortázar fu un eccelso referente, pur senza abbandonare la modestia e la generosità che contraddistinsero il suo essere.

Rayuela, il gioco del mondo. Da poco ripubblicato per Einaudi

Rayuela, o Il gioco del mondo (titolo che è stato dato alla traduzione italiana) è l’opera più famosa dello scrittore. Pubblicato nel 1963, ha compiuto l’anno scorso cinquant’anni, un traguardo che ha risvegliato anche in Italia l’attenzione per quello che rimane probabilmente il romanzo più innovatore e provocatoriamente sperimentale del cosiddetto boom della letteratura latinoamericana. Lo scrittore Javier Cercas in occasione della pubblicazione di un’edizione celebrativa dell’opera ha detto che senza Rayuela, una parte considerevole della migliore letteratura scritta da allora in lingua spagnola non sarebbe venuta alla luce. Il capolavoro di Cortazar, infatti, come solo i grandi classici hanno la virtù di fare, ha funzionato da detonatore di una forza centrifuga che ha generato la vigorosa riscossa culturale del mondo ispanoamericano.

Rayuela non nacque per essere un libro normale, ma mirava a suscitare l’audacia del lettore attraverso la libera scelta dei capitoli da seguire nella lettura. Tuttavia, questo gioco (rayuela è infatti il termine castigliano con il quale si designa il gioco della campana conosciuto da tutti i bambini) non incuriosisce il lettore per il suo supposto protagonismo, ma più probabilmente per le scelte narrative legate allo stile che rendono magnetica la scrittura e considerano anche il più piccolo ed insignificante particolare della quotidianità dei personaggi sotto la luce di un acuto senso estetico. L’immaginazione – ci ricorda Cortázar – non rappresenta l’elemento indispensabile alla creazione di un mondo fantastico, ma risulta estremamente collegata alla vita di tutti i giorni, tanto da rendere con maggior forza evocatrice le sensazioni provenienti dalla realtà che ci circonda. Anche una carezza, allora, può trasformarsi in un gioco fatale. “Tocco la tua bocca, con un dito tocco il bordo della tua bocca, comincio a disegnarla come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà che scelgo per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che, per un azzardo che non cerco di comprendere, coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti sta disegnando …” (Rayuela, capitolo 7).

 

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