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Chi offende su Twitter e Facebook può finire in galera

La sentenza, che fa giurisprudenza, arriva da Livorno dove accade che una donna, licenziata dal centro estetico dove lavorava, se la prenda pubblicamente con il suo ex datore di lavoro vergando sulla propria bacheca Facebook una frase in slang labronico (‘fa onco a’ bai, vale a dire fa schifo ai vermi) e una inequivocabile: sei un albanese di m.. A quel punto per l’ex dipendente è scattata la denuncia che ad ottobre ha portato alla condanna a mille euro di multa e tremila di risarcimento per il datore di lavoro per ‘diffamazione a mezzo stampa’, un reato punibile con multe dai 516 euro e anche con la reclusione fino a tre anni.

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A fine dicembre la cancelleria del Tribunale di Livorno ha pubblicato le motivazioni della sentenza: “Facebook – scrive il giudice – ha una diffusione incontrollata e gli utenti, quando scrivono, sono consapevoli di entrare potenzialmente in relazione con un numero indeterminato di partecipanti e di consentire quindi la conoscenza da parte di più persone delle informazioni. Ecco perché un messaggio denigratorio attraverso internet è equiparabile alla diffamazione a mezzo stampa”.

Il precedente è clamoroso e d’ora in poi sarà opportuno tenere sotto controllo mouse e tastiera. E se proprio non  riuscite a contenere rabbia e cattivi sentimenti…prendetevi una bella camomilla.

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