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Chi sono i latitanti più pericolosi d’Italia: l’elenco della Direzione Centrale della Polizia Criminale

La Direzione Centrale della Polizia Criminale italiana monitora costantemente (integrandola) la lista dei soggetti latitanti più pericolosi definiti “di massima pericolosità”, in un’ottica di continua e più efficace collaborazione tra le Forze di Polizia nella lotta contro la criminalità organizzata. L’elenco in parola registra i dati anagrafici di ogni singolo malvivente latitante: ogni profilo è corredato dall’ultima foto segnaletica in possesso degli organi di Polizia, talvolta, tuttavia, anche alquanto datata, circostanza che complica notevolmente le azioni di individuazione. I nominativi sono selezionati dal Gruppo Integrato Interforze (G.I.I.R.L.) nell’ambito del “Programma speciale di ricerca” dei criminali a piede libero.

I latitanti più pericolosi d'italia chi sono

Quali dati contiene l’elenco del G.I.I.R.L. – come si compone una scheda

Lo scheletro utilizzato dal Gruppo Integrato Interforze per redigere le schede di approfondimento del latitante si ripete sistematicamente per ogni soggetto ricercato, indicando, in ordine: nominativo, foto segnaletica (il più possibile recente) e un’indicazione succinta dei crimini commessi e per i quali è ricercato (anche su scala internazionale). I reati contestati ai latitanti indicati nell’elenco suddetto spaziano dall’omicidio al concorso in associazione mafiosa e, nella gran parte dei casi, sono chiamati a scontare la pena dell’ergastolo. L’intervento, anche su scala internazionale, permette di aumentare le possibilità di rintracciare i criminali sfuggiti alle maglie della giustizia italiana, eseguendone l’arresto ai fini estradizionali, soprattutto considerando la possibilità di espatrio (scelta, come ovvio, finalizzata a guadagnarsi l’impunità) di questi pericolosi malviventi. La lista dei ricercati viene ideata all’inizio degli anni ’90 e, precisamente, nel 1992: da allora è soggetta a costante aggiornamento che segue un iter predeterminato. Sino al 2009 la lista dei pericolosissimi annoverava, praticamente in condizione di continuità, 30 nominativi. Il numero era mantenuto costante grazie a un sistema di rimpiazzo dei criminali catturati (e quindi eliminati dall’elenco): ogni malvivente assicurato alla giustizia lasciava posto ad un altro nominativo attinto da una lista “cadetta” di un centinaio di nominativi circa.

Chi sono gli attuali criminali a piede libero – l’elenco

L’ultimo aggiornamento dell’elenco dei superlatitanti è datato 5 settembre 2017 e annovera identità di 4 famosi crani mafiosi tra cui anche il ricercatissimo Matteo Messina Denaro. Idealmente la lista può suddividersi per famiglia di aggregazione mafiosa tra cui: Marco Di Lauro (camorrista), Matteo Messina Danaro e Giovanni Motisi (entrambi appartenenti a Cosa nostra e ricercati, rispettivamente, dal ’93 e ’98) e, infine, Attilio Cubeddu (ultima primula rossa dell’Anonima sequestri, ovvero i gruppi criminali operanti in seno al banditismo sardo e responsabili di numerosi sequestri di persona).

Matteo Messina Denaro

Soprannominato “U siccu”, “il magro”, Matteo Messina Denaro, legato a Cosa nostra, è uno dei mafiosi più pericolosi del trapanese. Nonostante non possa definirsi il capo assoluto di Cosa nostra, Denaro è sicuramente uno dei malavitosi più influenti dell’organizzazione siciliana, arrivando a esercitare il proprio potere ben oltre i confini della propria provincia, come Agrigento e addirittura Palermo.

Matteo Messina Denaro latitante

Denaro è il mandante o co-protagonista di numerose esecuzioni capitali tra cui spicca, per orrore e crudeltà, l’omicidio del piccolo Giuseppe di Matteo, rapito dalla cosca corleonese non appena dodicenne. Il rapimento e l’esecuzione del piccolo Giuseppe avvennero in seguito delle rivelazioni fatte dal padre del bambino, il pentito Santino Di Matteo, detto “Mezzanasca”, ex affiliato di Cosa nostra. Santino veniva tratto in arresto il 4 giugno 1993 con l’accusa di plurimi omicidi mafiosi e fu proprio in quel momento che decise di collaborare con gli inquirenti. Il contributo più rilevante offerto da Santino riguardò sicuramente l’indicazione dei nomi dei mandanti ed esecutori della strage di Capaci e di Via D’Amelio, che nel ’92 costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le dichiarazioni del pentito scatenarono la cosca corleonese e fu così che, nel tentativo di fermare l’ex picciotto, Cosa nostra affidò a Giovanni Brusca il rapimento del piccolo Giuseppe. Il bambino, verrà ucciso dopo 779 giorni di prigionia, un’agonia terminata con une spietata esecuzione. Giuseppe moriva l’11 gennaio del 1996, strangolato con una corda e successivamente sciolto nei fusti dell’acido per far sparire le tracce del corpo. Il contributo materiale apportato da Denaro nella vicenda Di Matteo fu quello di aiutare alcuni spostamenti del bambino, ancora in vita, in varie località delle provincie palermitane, agrigentine e trapanesi, per impedirne il rinvenimento. La latitanza di Denaro è stata (e continua ad essere) sostenuta da parecchie risorse, umane ed economiche. In questo contesto è assolutamente difficile, se non impossibile, distinguere quanto c’è di vero dalle leggende sviluppatesi attorno al personaggio. Alcuni collaboratori di giustizia attestano che il boss malavitoso si aggiri indisturbato nella sua Sicilia, in spregio a chi da anni lo bracca assiduamente, con la sola accortezza di effettuare continui spostamenti. C’è chi addirittura sostiene di averlo individuato tra le tribune dello Stadio Barbera a godersi Palermo-Sampdoria o, ancora, chi lo colloca su qualche spiaggia greca in compagnia della compagna Maria. Addirittura si narra di alcune operazioni chirurgiche alle quali il boss si sarebbe sottoposto: plastica facciale per cambiarne i tratti fisiognomici, plastica sostitutiva dei polpastrelli per cancellare le impronte digitali, chi afferma che sia sottoposto costantemente a trattamenti di dialisi per via della paralisi renale e così discorrendo. Se non ché, il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero, pare sia fiducioso: “Non so se a breve o a brevissimo, ma al suo arresto si arriverà certamente”. 

Giovanni Motisi, “U pacchiuni”

Soprannominato “U pacchiuni” per via della grossa stazza, Giovanni Motisi oggi è considerato uno del più potenti capi di Palermo, latitante dal 1998. L’Europol è sulle sue tracce da diversi anni ormai (2016). I dati: cinquantanovenne, palermitano doc è al momento tra la lista dei pericolosissimi irrintracciabili. Numerose le imputazioni a suo carico: omicidio plurimo aggravato, concorso in associazione di stampo mafioso e, nel 2002 si guadagna anche un capo d’accusa per il delitto di strage, ad attenderlo, la pena dell’ergastolo.

i boss latitanti chi sono

Anche per Motisi non mancano le dichiarazioni dei numerosi malavitosi pentiti, uno tra tutti Raffaele Ganci, anche lui ex membro della Commissione provinciale di Cosa Nostra. Ganci avrebbe rivelato che Motisi sarebbe stato presente il giorno che i vertici della cosca decisero di assassinare il generale Dalla Chiesa. Il curriculum criminale di Motisi è ricco: detenne la reggenza del mandamento Pagliarelli per molti anni, fino a quando decise di lasciare le redini al suo vice, Nino Rotolo, per concentrarsi esclusivamente a proseguire la sua latitanza. ‘U pacchiuni, anche dopo un blitz datato 1999 portato a termine dalle Forze dell’Ordine, non si trova, così inizia a ventilarsi l’ipotesi della morte. Nel 2007, tuttavia, il segnale opposto: Gianni Nicchi, ‘u picciutteddu (affiliato al mandamento Pagliarelli), prima di entrare in carcere diede mandato a qualche fedelissimo perché rintracciasse Motisi. Vien da sé che ‘u picciutteddu stava cercando ‘u pacchiuni, e i morti, se son morti, non si cercano più. La pista è tutt’oggi battuta dagli inquirenti che non escludono nemmeno l’ipotesi di espatrio del boss, probabilmente in terra francese.

Marco Di Lauro – F4

Marco di Lauro latitante camorrista

Marco di Lauro, classe 1980, è un camorrista latitante dal 2007. È ritenuto uno dei latitanti più pericolosi ricercati sul suolo nazionale e internazionale, secondo solo a Matteo Messina Denaro. Nel 2010, un pentito avrebbe attribuito a Di Lauro la paternità di 4 omicidi, tra cui anche quello di un giovane innocente, Attilio Romanò, ucciso erroneamente nel gennaio del 2005 nell’ambito della Prima faida di Scampia, a Napoli. Marco è il quarto degli otto figli biologici del boss Paolo Di Lauro, storico capo dell’omonimo clan, viene indicato con la sigla “F4” corrispondente a figlio numero 4. La caccia al giovane camorrista sembrava finalmente terminata nel 2012 quando viene tratto in arresto un ragazzo che si trovava all’interno di un locale: il fermo veniva immediatamente ritirato per mancanza di rispondenza tra le impronte digitali del giovane sconosciuto e il quarto erede della dinastia Di Lauro. Dal 2013 lo ricerca anche la Polizia americana per presunte ingerenze del baby boss nella città di New York. Sono ormai trascorsi due anni esatti dall’ultimo blitz delle Forze dell’Ordine italiane all’interno di una mansarda nel camaldolese (25 dicembre 2016): Di Lauro riesce a sfuggire alla cattura per scomparire nuovamente senza lasciare traccia.

Attilio Cubeddu, “l’ultimo bandito” 

A chiudere la rosa dei quattro superlatitanti abbiamo Attilio Cubeddu, l’ultimo bandito dell’Anonima Sequestri, classe 1947, è in fuga da ormai 21 anni. Cubeddu è vivo? Un testimone asserisce di averne ben individuato il rifugio: “È vivo, ha la barba lunga, è molto magro. Gira tra i monti del Gennargentu, ha due fucili, due pistole e una bomba a mano. Ha sempre con sé un cannocchiale, conosce i numeri di targa di carabinieri e polizia, li ha annotati in un’agendina”. 

Attilio Cubeddu, anonima sequestri, latitante

Tanto specifica quanto, probabilmente, non troppo attendibile la testimonianza, soprattutto alla luce delle innumerevoli storie che si sono sviluppate attorno al criminale sardo: l’unico sopravvissuto alla stagione dei sequestri, ultimo erede dell’Anonima, è probabilmente un fantasma che ossessiona militari e polizia da oltre un ventennio. Lo hanno cercato ovunque: in Sardegna, ovviamente, ma anche in Toscana, Calabria e persino tra Germania, Corsica, Spagna e Sud America. Cubeddu scala velocemente i vertici dell’organizzazione criminosa e prende parte, in Toscana ed Emilia Romagna, ai rapimenti di Cristina Peruzzi, Ludovica Rangoni Machiavelli (avvenuti nel 1983) e Patrizia Bauer (nel 1981). Viene tratto in arresto nell’aprile 1984, a Riccione, e si guadagna 30 anni di reclusione. In carcere, tuttavia, pare essere un detenuto modello e gli vengono concessi diversi permessi premio: peccato che nel febbraio del 1997, proprio in occasione della libera uscita, Cubeddu non fa ritorno in carcere, iniziando così la prolungata latitanza. Ad Arzana, piccolo paese dell’Ogliastra, popolato da anime immortali, diventato noto per essere terreno fertile per le scorribande di alcuni latitanti, i Carabinieri del Ros hanno notificato un provvedimento definitivo di confisca dei beni della famiglia Cubeddu. Il bottino è decisamente consistente: una palazzina situata di fronte alle scuole, all’interno della quale si trovano tre appartamenti (400 mila euro di valore) dove vivono la moglie del latitante Marisa e la figlia piccola Samuela. Non manca chi tenta di far polemica all’interno del paesino, per taluni non sarebbe giusto che a fare le spese delle attività criminose di Attilio siano la moglie e figlie, “Sono persone perbene”. Ancora, “L’hanno usato come coperchio per tutte le pentole – ripete un vecchietto intento ad assistere all’esecuzione della confisca – se fosse ancora vivo non avrebbe lasciato la moglie e le figlie in queste condizioni”. Peccato che le osservazioni di questi instancabili difensori si pongano in netto contrasto con quanto statuito da un provvedimento definitivo di condanna: la palazzina abitata dalla famiglia Cubeddu è stata costruita  grazie ai proventi che l’ultimo presunto sopravvissuto dell’Anonima sequestri ha ricavato dalle attività illecite ostinatamente reiterate nel corso degli anni. La memoria, signori, non ha prescrizione.

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