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Corruzione e mafie: da 110 anni la Magistratura serve la giustizia per il nostro Paese

Esco dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Sapienza di Roma ancora emozionata per questi due giorni dedicati alla giustizia italiana. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) celebra i 110 anni di attività associativa costruendo un evento (8 e 9 febbraio 2019) dedicato alla storia della Magistratura italiana con l’intento di proiettarsi al futuro. Il titolo dell’evento è emblematico e riassuntivo dell’intento dell’ANM: “110 Anm, la nostra storia guardando al futuro”. Giornate ricche di significato, durante le quali si sono ripercorse le tappe della storia della Magistratura italiana contestualizzando lo scenario politico e giuridico di oggi riflettendo sul patrimonio lasciatoci dai magistrati uccisi durante l’esercizio delle proprie funzioni, le 28 Rose spezzate.

Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost

Due giorni densi, pieni di testimonianze dal passato e dal presente; magistrati attivi sul territorio nazionale che hanno offerto un contributo importante che aiuti a contestualizzare il tempo che la magistratura sta vivendo. Accanto a loro alcuni dei famigliari delle 28 Rose spezzate tra cui i magistrati Alessandra Galli e Caterina Chinnici, figlie di Guido Galli e Rocco Chinnici che hanno condiviso con i partecipanti la testimonianza della perdita di un genitore impegnato nella lotta alla criminalità. La prima giornata di lavori si è svolta alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. 

La corruzione, un cancro italiano che alimenta le mafie 3.0

Una mafia nuova, una mafia che è passata da mafia rurale a mafia imprenditoriale e che oggi si è ulteriormente evoluta sotto connotati ben specifici e allarmanti. Come definirla oggi? Una mafia 3.0, una mafia che non spara più perché sparare significa attirare l’attenzione. A sostenerlo è Federico Cafiero de Raho, Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo: la mafia di oggi è intrisa nel tessuto dell’imprenditoria italiana e si limita a cliccare su una tastiera per spostare milioni di euro. Limitarsi a questa azione di spostamento digitale comporta numerose complicazioni da un punto di vista di individuazione del criminale mafioso. In primis diviene difficoltoso distinguere le attività lecite da quelle illecite e parallelamente individuare chi si nasconde dietro a quel “click”. Continuare a pensare alla mafia come una mafia geo localizzata al sud è un errore che non può più essere commesso. La mafia è onnipresente sul territorio italiano, fa soldi con il traffico di droga al Sud (milioni di euro la sola ‘ndrangheta) e investe al Nord in aziende, partecipando alla costruzione di infrastrutture, aggiudicandosi le commissioni di appalto.

Qual è il diretto corollario di questa mafia evoluta? De Raho afferma che il criminale mafioso «Entra in modo insidioso nei nostri sistemi senza che ce se ne accorga. L’imprenditoria è in serio pericolo, se non si affiancano gli imprenditori onesti questi saranno costretti ad andare via perché non riusciranno a reggere la concorrenza con le mafie». 

Il dialogo tra magistratura e cittadino: un’esigenza minacciata anche dai social

Serena Bortone, conduttrice Rai di Agorà, coordinatrice dei lavori della seconda giornata, introduce un argomento interessante: il dialogo giustizia – cittadino. Una tematica che penso comporti un notevole flusso di disinformazione o di informazione che arriva al cittadino in modo distorto, provocando come drastica conseguenza un malcontento generale. In Italia la corruzione genera numeri terrorizzanti: il fenomeno corruttivo aumenta del 20% il costo degli appalti e diminuisce del 13% gli investimenti da parte dei Paesi esteri. Ma «in questi anni di lotta alla corruzione cosa è cambiato, migliorato, peggiorato?» chiede la Bortone a Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC). Difficile fare i bilanci secondo Cantone, ma una cosa è interessante sottolineare perché utile a spiegare il problema del malcontento.


Dal 2016 ad oggi l’Italia ha scalato di sedici posizioni la classifica mondiale dei Paesi colpiti dalla corruzione, migliorando enormemente la propria condizione. Siamo ancora molto lontani dalla sufficienza ma il nostro Paese ha fatto parecchi passi avanti, con fatica ma efficacia. Ci spiega Cantone che, in tema di classifiche, troppo spesso a fare notizia è il posizionamento tra gli ultimi posti piuttosto che il miglioramento registrato. Mi spiego meglio. L’Italia è all’ultimo posto in classifica ed è subito notizia, polemica, disappunto. L’Italia guadagna sedici posti e nessuno si emoziona più di tanto. È triste, nel nostro Paese si respira un clima di malcontento generalizzato ma difficilmente si è fieri del lavoro che le nostre Istituzioni riescono a portare a termine. Eppure loro lavorano e molto spesso lontano dai media e lo fanno duramente. Cos’è che blocca il dialogo, cos’è che genera il malcontento? L’impossibilità di argomentare, secondo Dario Raffone, Presidente Tribunale delle Imprese di Napoli, «La democrazia deve essere eloquente» ma è ostacolata dalla natura delle nuove tecnologie. Il problema di oggi è anche l’utilizzo dei social, la modernizzazione tecnologica è un nuovo modo di comunicare ma è fortemente limitativa: è veloce, è povera di parole, non è discorsiva. Tutto questo secondo Raffone nuoce alla veicolazione delle corrette informazioni riguardanti il lavoro svolto dalle Istituzioni. I cittadini così sono indotti a criticare l’operato di una giustizia lenta, eccessivamente garantista e talvolta cieca, perché è questo che percepiscono; invece, con un’informazione ricca, dettagliata, non istantanea potrebbero darle fiducia.

110 Anm: “Le 28 Rose spezzate”

Impossibile ripercorrere tutti i temi trattati durante questi due giorni intensi: corruzione, carenza di organico all’interno della amministrazione pubblica, una Magistratura troppo spesso costretta a surrogarsi ad un legislatore assente sono solo alcuni di essi. Tuttavia, un focus finale è doverosamente su di loro: le 28 Rose spezzate. A queste vite straordinarie è dedicata una mostra fotografica che mira a indurre una riflessione. Questa riflessione, utile ad ogni italiano, si fonda su un presupposto potente e che non dobbiamo dimenticare: i 28 magistrati che hanno perso la vita durante l’espletamento delle proprie funzioni non hanno scelto il martirio, gli è stato imposto. Avevano una famiglia alla quale conferivano equilibrio, un equilibrio che è stato distrutto dalla violenza che combattevano. La mostra permette di ripercorrere i dolorosi passi nella nostra storia: 28 omicidi brutali, eseguiti da mafia, dalla violenza del terrorismo rosso e nero e da fanatici incontrollati. Accanto alle 28 schede biografiche di ogni magistrato assassinato ci sono 28 fotografie che li ritraevano per le persone comuni che erano: in famiglia, in vacanza, sorridenti, semplicemente uomini e donne. A queste persone e alle loro famiglie, agli uomini delle scorte che insieme ai loro scortati hanno perso la vita, noi italiani dobbiamo tutto. Dovrebbe parlarsi di eroi? Niente affatto, sono solo persone che – utilizzando le parole del giornalista Paolo Borrometi – hanno semplicemente fatto il loro lavoro. Un grazie sincero e mai sufficiente per il vostro amore per la Giustizia e per la nostra Italia.

LA FOTOGALLERY

Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost
Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost
Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost
Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost
Mostra fotografica “Le 28 Rose spezzate” – © UrbanPost

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