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Cosa succede se l’Italia esce dell’Euro

Ogni tanto, fin dall’arrivo della moneta unica, ricorre questa domanda, specie quando si avvicina una scadenza elettorale: cosa succede se l’Italia esce dall’Euro? Con il passare degli anni la platea dei critici dell’unione monetaria sia è notevolmente allargata, tuttavia le forze politiche presenti in Parlamento schierate apertamente per l’uscita dall’Euro sono di fatto diminuite. Ma prima ancora delle conseguenze di un’eventuale uscita dall’Euro, è utile comprendere se sia davvero possibile un’uscita dell’Italia dalla moneta unica europea.

Ma l’Italia può davvero uscire dall’Euro?

Il Movimento 5 Stelle, pur avendo avversato la politica monetaria europea fin dalla campagna elettorale per le elezioni politiche 2013,  oggi ha una posizione più sfumata su una possibile uscita dell’Italia dall’Euro, sostenuta apertamente in passato, almeno fino alle elezioni politiche del 2013. I pentastellati propongono da tempo, in caso di vittoria del movimento alle elezioni, un referendum popolare sulla proposta di far uscire l’Italia dall’Euro.

E’ nota anche la contrarietà alla moneta unica da parte della Lega Nord, forza politica che in caso di vittoria del Centrodestra alle elezioni politiche del 2018 potrebbe influenzare fortemente la posizione del prossimo governo su questo tema. Tuttavia, anche la posizione della Lega su un’eventuale uscita dall’Euro è divenuta più sfumata nell’ultimo anno. Una volta arrivati al governo però, i Padani potrebbero tornare ad alzare la voce e a chiedere l’uscita dalla moneta unica, “senza costi”, come sostenevano fino a qualche mese fa. Ricordate il progetto Basta Euro, avviato dal responsabile economico leghista Claudio Borghi con l’aiuto dell’ex grillino Marco Zanni?

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Ma, tornando alla domanda iniziale l’Italia può uscire dall’Euro? Tecnicamente può farlo solo modificando gli accordi internazionali che sono alla base dell’adesione del nostro paese alla moneta unica. Un referendum sull’Euro è praticamente impossibile perché la Costituzione vieta consultazioni dirette sui trattati internazionali. Quindi, quale sarebbero i passaggi tecnici per un’uscita dall’Euro? Prima di tutto si dovrebbe aprire un tavolo di trattativa con Bruxelles, alquanto improbabile in partenza perché la UE non potrebbe accettare in alcun modo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica foriera di un disastro finanziario per l’intera Unione. Poi, in ogni caso, ci sono i trattati internazionali già ratificati da revocare.

Qui si aprono altre questioni, l’Italia può farlo legalmente? Sì, ma non può farlo unilateralmente, almeno non dall’approvazione della Legge 5 giugno 2003 n° 131, avvenuta l’anno successivo l’entrata in vigore dell’Euro. Cosa recita l’articolo 1 della Legge? “Costituiscono vincoli alla potestà legislativa dello Stato e delle Regioni, ai sensi dell’art. 117, primo comma, della Costituzione, quelli derivanti dalle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute di cui all’art. 10 della Costituzione, da accordi di reciproca limitazione di sovranità di cui all’art. 11 della Costituzione, dall’ordinamento comunitario e dai trattati internazionali”. Ergo o l’Italia rivede prima gli accordi internazionali o non può approvare una legge che, ad esempio, reintroduca la Lira. Ne consegue che se l’Italia dovesse davvero decidere di uscire e subito dall’Euro, sarebbe una scelta unilaterale e illegale sulla base della stessa legge italiana, oltre che dei trattati Ue. In poche parole, un atto di “violenza” dalle conseguenze incalcolabili.

Cosa succede se l’Italia esce dall’Euro

Se invece, nello scenario più catastrofico possibile, il nuovo governo antieuropeo uscito dalle urne delle elezioni politiche, decidesse di uscire dall’Euro in violazione di leggi ed accordi, le conseguenze sono piuttosto semplici da individuare. Come già evidenziato in uno studio della banca d’affari Jefferies in occasione della crisi finanziaria della Grecia, la prima conseguenza sarebbe la dichiarazione d’insolvenza da parte dell’Italia nei confronti della UE. Significa che tutti i debiti italiani verso stati e istituzioni finanziarie UE non sarebbero più onorati. Sarebbe un colpo mortale prima di tutto alla BCE, dato che la Banca Centrale Europea sta finanziando da anni il nostro debito, come quello di altri stati europei.

Quindi, dopo la dichiarazione d’insolvenza, sintetizzando, si realizzeranno queste condizioni:

  • reintroduzione della moneta nazionale, la Lira, ma con un valore di cambio rispetto all’Euro che è l’incognita più grande. La svalutazione, pesante, è una conseguenza praticamente certa.
  • blocco di tutti i flussi di finanziamento della BCE verso gli istituti di credito italiani.
  • riconversione in Lire di tutti i depositi in valuta Euro, che verrebbero però quasi subito congelati per evitare una sicura fuga di capitali verso stati più sicuri. Questo è uno scenario francamente apocalittico, considerata la consistenza dei depositi bancari in Italia, in ulteriore consolidamento nell’ultimo anno.
  • nazionalizzazione delle principali banche, che diversamente fallirebbero dipendendo dalle linee di credito della BCE.
  • ritiro dalla valuta Euro da parte delle banche, operazione anche difficile da immaginare e che evoca scenari altrettanto apocalittici del congelamento dei conti correnti e dei conti titoli.
  • tutto sarà riconvertito in Lire, inclusi gli stipendi che subiranno la medesima svalutazione.

Le conseguenze su lavoro e imprese

Delle conseguenze di un’uscita dall’Euro sui depositi bancari, sui mutui e sui leasing abbiamo già detto, sarebbe una catastrofe finanziaria e legale di proporzioni inimmaginabili. Una fuga massiccia di imprenditori verso l’estero sarebbe inevitabile, con conseguente tracollo del Pil. L’Espresso qualche mese fa ha svolto un’indagine sul tema “uscita dell’Italia dall’Euro” inviando un questionario di dodici domande a economisti, imprenditori e sindacalisti. Tra le risposte giunte al settimanale sulle conseguenze catastrofiche di un’uscita dell’Italia dalla moneta unica, abbiamo selezionato quella di  Andrea Boitani, professore di Economia monetaria alla Cattolica, autore del libro “Sette luoghi comuni sull’economia” (Laterza). Si parla delle presunte responsabilità dell’Euro per la crisi del lavoro e la difficoltà di crescita delle aziende italiane. «Quella che l’euro abbia fatto aumentare la disoccupazione è una delle sciocchezze che cerco da tempo di denunciare», dice Boitani. Nella sua analisi la crisi del lavoro era iniziata già negli anni Novanta, ed è dovuta «all’insipienza di molti imprenditori italiani e all’incapacità della politica di investire dove davvero andava fatto, ovvero nella ricerca di base, che serve a creare le condizioni perché gli imprenditori trovino le idee da sviluppare commercialmente». «Quella della bassa crescita, e dunque della scarsa occupazione, è una malattia specifica dell’Italia, che non ha niente a che vedere con la moneta unica, come dimostra il fatto che in altri settori, la meccanica di precisione, la moda, il design, le cose sono andate in tutt’altro modo», sostiene Boitani. Tesi, quella di Boitani, sostenuta da decine di altri docenti di economia.

Dello stesso avviso anche il segretario dei metalmeccanici Cisl, Marco Bentivogli, secondo cui dopo lo choc di una “moneta forte”, l’industria italiana, in particolare quella del made in Italy di qualità, ha saputo rafforzarsi sui mercati internazionali. «Una valuta forte è stato uno choc per un Paese come il nostro, abituato a esportare giocando sulle svalutazioni e sui prodotti di bassa qualità. Ma è un punto di forza per un Paese manifatturiero che punta sulla qualità e sul futuro». Altrimenti non si spiegherebbero i 51,6 miliardi di euro di surplus commerciale del 2016, dieci in più rispetto all’anno precedente.

Restano il problema del mercato interno e del fisco pesante su lavoro e imprese, ma questo sarà il tema di un altro approfondimento.

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