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Da Bertha Benz in poi, una storia dell’auto anche al femminile

Se anche voi siete convinti che non solo il calcio, ma anche i motori siano un ambito da sempre riservato ad un pubblico eminentemente maschile, fareste però bene a tornare sui libri di storia, o perlomeno a consultare questa interessantissima cronistoria pubblicata recentemente sul web, che narra il fondamentale contributo delle donne alla storia dell’automobilismo. Scoprirete, infatti, che l’affermazione dell’auto come mezzo di trasporto per eccellenza nell’epoca moderna deve molto più di quanto crediate al coraggio e alla determinazione di alcune straordinarie esponenti del ‘gentil sesso’, protagoniste di alcune tra le pagine più importanti agli albori della storia dell’auto, e capaci di dare un contributo fondamentale alla sua diffusione planetaria.

Questa affascinante avventura, a molti sconosciuta, ha inizio in Germania alla fine del XIX secolo, e si lega indissolubilmente al nome di Bertha Benz, moglie del senz’altro più celebre ingegnere Karl Benz, unanimemente considerato come il padre dell’automobile.
L’intraprendenza della signora Benz è fondamentale per almeno due motivi: in primo luogo per il supporto economico prestato – gli aneddoti raccontano che insistette molto per farsi concedere la dote matrimoniale dal padre -, fondamentale perché il futuro marito potesse inaugurare la Karl Benz Eisengießerei und mechanische Werkstätte (Officina Meccanica e Fonderia Karl Benz), ma anche e soprattutto per aver realizzato in una mattina del mese di agosto 1888 il primo e per molti versi epico ‘test-drive’ della storia.

A bordo della Patent Motorwagen (così si chiamava il prototipo realizzato dal marito), Bertha percorse su strade all’epoca battute solo da carrozze e cavalli i circa cento chilometri che la separavano dalla casa della madre, rifornendosi nelle farmacie incontrate lungo il percorso per acquistare la benzina, fino ad allora venduta come detergente. Gli aneddoti che circondano questa impresa sono molti, a cominciare dalle numerose attenzioni che il prototipo richiedeva, e che con ingegno Bertha riuscì a risolvere brillantemente; il veicolo necessitava di continui rabbocchi d’acqua per raffreddare il motore, e per aggiustare il ceppo del freno realizzato in pelle, che si consumava in continuazione, fu necessario più volte l’intervento di calzolai. La leggenda narra addirittura che la signora Benz riuscì a pulire il condotto della benzina grazie allo spillo del suo cappellino, e che riparò il cavo di accensione che si era logorato servendosi di un suo reggicalze.

Negli anni successivi, il contributo femminile per l’innovazione dell’industria automobilistica fu decisivo; basta citare, tra tutti i casi, le intuizioni di personaggi come Mary Anderson e Dorothy Levitt, che nel primo decennio del secolo scorso brevettarono, rispettivamente, il tergicristallo e lo specchietto retrovisore, o in tempi più recenti, il fondamentale ruolo svolto che Rita Forst, Ursula Piëch e Barb Samardzich svolgono da alcuni anni nel top management di alcune tra le più importanti case automobilistiche del mondo.

Alessio Cerci

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