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Da Istanbul a Palermo, lo stilista che ritorna alle sue origini: intervista esclusiva a Sergio Daricello

Da Palermo a Milano, passando per la Cina fino ad arrivare in Turchia. Sergio Daricello è uno stilista palermitano, nato nell’inverno del 1976 e trasferitosi a Milano all’età di 21 anni. Da quel giorno la strada che ha percorso è stata lunga e impervia, ma con il passare del tempo sempre meno ripida e difficoltosa. Assistente stilista presso Anna Gemma Lascari, stilista all’interno degli uffici di Etro, fashion designer per Dolce&Gabbana e responsabile stile uomo per Gianni Versace, Sergio si è fatto le ossa lasciandosi alle spalle la sua Palermo, ma non dimenticando mai le sue origini.

La sua carriera, sempre più in crescita, lo porta a divenire direttore creativo del marchio italo-giapponese Giuliano Fujiwara, ideando e sviluppando il progetto e affiancando a queste attività la gestione totale dell’ufficio prodotto. Oggi Sergio è tornato a Palermo e quest’anno ha inaugurato il suo atelier, lì dove forse non si sarebbe mai aspettato. E anche la sua collezione primavera-estate 2016, prodotta insieme al suo team, è espressione della Palermo barocca. Un legame, quello con la sua terra, che Sergio ci ha voluto raccontare in questa intervista esclusiva realizzata per Urban Post.

Dalla facoltà di Giurisprudenza a Palermo al corso di design della moda a Milano. Un cambiamento drastico ma dettato da una grande passione. Come e quando nasce l’amore per il mondo della moda?

Fin da quando ero un ragazzino, ho sempre dato importanza al disegno del vestito come elemento identificativo. Col tempo, nonostante gli studi scientifici, continuai a mantenere viva la passione del disegno e arrivato alla maturità fui costretto a fare una scelta forzata per ragioni familiari. Giurisprudenza fu un ripiego non molto amato, due anni insopportabili e noiosi, ma fortunatamente la mia famiglia capì che la mia strada non poteva essere quella “canonica” e così assecondarono la mia necessità di esplorare dei percorsi più creativi e gratificanti. Fu cosi che mi iscrissi all’Accademia di belle arti a San Martino delle Scale, indirizzo pittura e restauro. Periodo che direi felice: finalmente potevo disegnare sempre tracciando così le linee che avevo sempre desiderato con la fantasia. Poi alla fine il richiamo della moda a Milano, antica passione che si fece sentire con forza. E così presi la decisione difficile di lasciare tutto e affrontare una nuova vita“.

A 21 anni ti trasferisci a Milano. Come hai vissuto la separazione dalla tua città?

Inizialmente l’ho vissuta da un lato come una liberazione, perché finalmente potevo andare fuori e cercare la mia strada, dall’altro lato chiaramente abbandonare i luoghi della mia vita, le persone, la famiglia non è stato così semplice. Ricordo ancora oggi le lacrime che ho versato nella nave diretta a Genova mentre guardavo il porto di Palermo man mano allontanarsi. Era un po’ un addio, un addio durato 18 anni“.

Hai lavorato per Versace, D&G, Etro e sei stato direttore artistico per il marchio italo-giapponese Fujiwara. Hai lavorato anche all’estero?

“Ho avuto la fortuna di vivere per un anno a Istanbul, città magica e forte con una vita e una gioia che mi hanno fatto riscoprire le mie radici mediterranee, un luogo che amo come amo la mia Sicilia. Ho tatuato la bandiera turca sul petto, Istanbul mi ha aperto le porte di una nuova vita. E poi ho vissuto in Cina, che direi che non mi ha particolarmente colpito. Sono molto più vicino alla cultura occidentale, la trovo paradossalmente più etica e vicina alle mie corde.

La collezione p/e 2016 è un mix tra il barocco e il contemporaneo. Hai voluto proiettare sui tuoi tessuti la fine di un’epoca, il Regno delle due Sicilie. Come nasce questa scelta? E soprattutto, perché hai scelto questo periodo storico?
Sono siciliano, conosco la storia, e il 1860 rappresenta una data che per alcuni può sembrare un passo avanti. Ho semplicemente immaginato di riportare a oggi certi fasti,  quando Palermo era  migliore rispetto a oggi, ridotta così per politiche mafiose e colonialistiche. Chiaramente certe influenze artistiche hanno poi fatto da chiave di volta, ma dietro c’è anche un modo di pensare…”

Quest’anno hai inaugurato il tuo atelier a Palermo, tornando definitivamente nella tua culla. Tu torni, ma tanti vanno via…

Anche io sono andato via, la terra dove vivevo non offriva niente, nessun lavoro adatto alle mie aspirazioni, nessuna scuola che potesse offrirmi una preparazione culturale agli stessi livelli di quelli esteri o milanesi, è stata una scelta obbligata. Ricordo però di aver vissuto questa fuga come un piccolo tradimento: cosa stavo facendo per migliorare la mia terra? Nulla, davvero nulla, ero forse anche un po’ arrabbiato. E’ servita Istanbul a farmi fare pace con la mia terra, terra che poi ho rivisto con altri occhi e che mi ha fatto pensare che forse ero andato via per imparare e ritornare e portare quello che avevo imparato. Ho deciso di fare la mia azienda qui, perché ci voglio tentare, vorrei tanto poter essere da esempio, e mi vien voglia di urlare a tutti quelli che vanno via: andate, imparate e riportate qui, solo così potremmo cambiare la testa delle persone che non credono più a nulla, la testa dei soliti che preferiscono un mondo e un modo mafioso”.

La Palermo che hai lasciato a 21 anni è la stessa che ritrovi oggi?

Domanda super complessa… Diversa, diversissima in molti aspetti, peggiorata per alcuni migliorata per altri. I miei ultimi anni a Palermo erano gli anni dell’estate di Leoluca Orlando, c’era un fiorire di arte e cultura che oggi ancora ci sogniamo sebbene le iniziative in città sembrano stiano per riprendersi. Sicuramente soffriamo le conseguenze di troppi anni di berlusconismo, dove la mafia e il malaffare hanno cambiato modo di operare, dove la non-cultura ha fatto da sovrana insediandosi nella vita e nelle abitudini dei palermitani. Non amo molto la giunta odierna, mi aspettavo molto molto di più, ma chiaramente provo a pensare al debito economico sociale lasciato all’attuale sindaco dalle giunte precedenti. Ma a ogni modo vedo che Palermo ha voglia di alzare la testa, dove mancano le infrastrutture il singolo privato cerca di sopperire offrendo il meglio. Ho fiducia in questo cambiamento, molto più di prima, ho fiducia che il siciliano alzi la testa e combatta affinchè dimostri di essere all’altezza di tantissime situazioni e si riprenda la dignità che istituzioni e malaffare hanno voluto levargli. Va meglio di prima ma ancora abbiamo tanta strada da percorrere”.

E adesso sei anche prof. all’Accademia delle Belle Arti. Come vivi questa esperienza? Cosa tenti di trasmettere ai tuoi alunni?

Sono felicissimo. Poter insegnare ai giovani quanto ho imparato, cercando di farli allontanare con la mia esperienza da un mondo un po’ chiuso e a volte stantio è un’emozione anche per me. Spero di essere da stimolo, provo a farli ragionare, li aiuto a fantasticare, a usare l’immaginazione. Li ho trovati all’inizio pigri, ho dovuto trovare un modo per entrare nei loro pensieri e renderli più dinamici. Inizialmente il lavoro non è stato semplice, ma credo di aver saputo cogliere in ognuno di loro quel quid che doveva essere sviluppato e portato avanti. Spero di trasmettere loro la voglia di fare, di cercare e analizzare, di non fermarsi soltanto di fronte alle due vetrine della città. Spero che riescano ad affacciarsi al mondo della moda anche grazie a internet, che offre finestre così grandi che ai miei tempi non esistevano, e spero di riuscire a trasmettere loro le tecniche grafiche e di progettazione. E poi spero di riuscire a far vedere loro un futuro possibile, perché se lo sogni significa che lo puoi fare. Ma sognare implica però una buona dose di sacrificio. Cerco di insegnar loro il rispetto per se stessi e per il luogo da dove provengono, e naturalmente per la loro storia che ancora non conoscono“.

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