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Dalton Trumbo recensione, quando gli Usa si fecero aggirare da degli pseudonimi

“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” non sarà diffuso a macchia d’olio nelle sale cinematografiche italiane (solo in 51 dell’intera penisola) ma meriterebbe di essere visto per la grandiosa interpretazione fornita dall’attore Bryan Cranston. Una pellicola meritevole, quella realizzata dal regista Jay Roach: un biopic movie in grado di trasportare, sul grande schermo, la sfera più intima di Trumbo, tanto da creare empatia tra lo spettatore e il protagonista stesso. Una rivisitazione, in “L’ultima parola”, del clima statunitense degli anni della Guerra Fredda durante i quali anche i propri vicini di casa, per il popolo americano, erano degli autentici nemici da annientare. E per eliminare i pericoli non si usavano armi, granate o altri marchingegni bellici: si prediligevano le parole, le frasi dette e non dette, l’impossibilità di mostrare al mondo intero la propria personalità. Registi, sceneggiatori, uomini dal grande ingegno costretti a nascondersi dietro improbabili pseudonimi.

Questo è Dalton Trumbo, un uomo dal viso burbero con la sua sigaretta sempre in bocca; in Cranston emergono nervosità tipiche di chi deve fare i conti con un mondo pieno di ostacoli, in cui utilizzare sagacia ironia e genialità fuori dal comune sono le uniche ancore di salvezza. Del resto, la trama ci racconta la capacità intellettiva di questo sceneggiatore, autore di pellicole come “Vacanze Romane” e “Spartacus”. Il regista Roach ha voluto focalizzare l’attenzione sui sentimenti più intimi di Trumbo, dalla continua lotta fuori dal nido familiare al periodo più buio della sua vita coinciso con gli anni della prigionia. Finito dietro le sbarre insieme a gente capace di commettere vere azioni criminali poiché reo di essere “filo-comunista”. Dare risalto agli incredibili controsensi di una nazione, quella a stelle e strisce, da sempre portatrice di valori sani come libertà ed eguaglianza è il principale messaggio che emerge dalla pellicola di Roach. Menzione particolare, oltre che per Bryan Cransto, per l’attrice Diane Lane nei panni di “Cleo Trumbo”: lei è l’anello di congiunzione tra lavoro e famiglia, con il suo amorevole senso materno riesce a mantenere un’unità vacillante. Il dialogo con il marito, nel momento di più grave crisi di Dalton, è entusiasmante: poche parole, dette nei tempi giusti, di una portata tale da riportare in sé uno sceneggiatore alienato dal mondo. E proprio sui dialoghi, Roach ha fatto centro in questa pellicola: pervasa di battute forti, taglienti, ironiche in pieno stile Trumbo anche quando Dalton si trova dinnanzi al Congresso per ricevere la propria condanna.

Il regista ha curato molto i particolari in “L’ultima parola” ed una delle scene maggiormente riuscite riguarda proprio il dibattimento che ha portato alla condanna degli undici “comunisti hollywoodiani”: un passaggio, lento e godibile, da immagini di repertorio a immagini di scena, quasi impercettibile se non per il mutamento della visione, dal bianco e nero ai colori. Ottima l’interpretazione dell’attrice Helen Mirren nel ruolo di Hedda Hopper, la donna pervasa da un finto patriottismo che tenta, con il classico “buon viso a cattivo gioco”, di estromettere i comunisti dal mondo di Hollywood. Trumbo come nessuno lo aveva mai raccontato prima sottacendo, se non per contorno, gli aspetti della sua incredibile capacità letteraria e mettendo a nudo i sentimenti personali. Oltre che con la moglie è interessante il rapporto con la primogenita, Nikola (interpretata dalla giovane Fanning): tipica relazione tra padre e figlia, un crescendo di emozioni che porteranno a captare la vera natura di Trumbo. E tra i messaggi più interessanti di questo rapporto non possiamo non citare quello iniziale in cui Dalton spiega cosa sia, secondo lui, il comunismo: “Papà io sono comunista?” “Se tu hai una fetta di pane e prosciutto e il tuo compagno niente cosa fai?” “Lo condivido” “Lo condividi? Non gli dici di cercarsi un lavoro?” “No” “Piccola bolscevica.”

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