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Death Cafè a Bologna, intervista al prof. Francesco Campione: ecco perché parlare della morte fa bene

Ritrovarsi per parlare della morte: ci avreste mai pensato? Anche a Bologna è approdata l’iniziativa del “Death Cafè”, un luogo di ritrovo pensato per la prima volta a inizio secolo dal sociologo ginevrino Bernard Crettaz e in seguito sperimentato in vari paesi, anglosassoni e non solo. Ma se credete che riflettere sulla morte sia qualcosa di lugubre e mortifero apprestatevi a ricredere: per scoprire meglio di cosa di tratta, UrbanPost ha pensato di interpellare direttamente il prof. Francesco Campione, uno dei promotori del progetto bolognese, nonché professore di Psicologia clinica all’Università di Bologna e presidente della IATS – International Association of Thanathology and Suicidology (associazione internazionale che promuove gli studi e la clinica nel campo tanatologico e della prevenzione al suicidio).

Professore, com’è nata l’idea del ‘Death Cafè’?
“Il ‘Death Café’ a Bologna è nato come iniziativa dell’Associazione Rivivere e della IATS. Lavorando a fianco dei morenti e seguendo le loro famiglie durante la malattia e la morte dei parenti cari, come facciamo nei servizi di psicologia degli hospice bolognesi, ci siamo resi conto negli anni di una carenza grave: c’è bisogno di creare un clima culturale attorno alla morte e al lutto, per far sì che le persone non siano totalmente impreparate quando si ammalano gravemente. Perché poi si fa molta più fatica. Uno degli scopi dell’Associazione Rivivere è proprio quello di promuovere la conoscenza nel settore: qui in via Ercolani 3 abbiamo un centro studi, con una biblioteca dove si può anche venire a studiare, che è anche la sede del Death Café.”

La nostra è una società che ci invita ad “anestetizzarci” dalla morte. Quali sono le conseguenze?
“Siccome la nostra cultura non ha rimedi contro la morte, si tende a fare quello che normalmente si fa quando si crede che non ci sia più nulla da fare: ovvero non parlarne. Se da una parte questa modalità di educazione alla morte – che consiste nell’accantonare il pensiero e nel vivere come se non si dovesse mai morire – ci aiuta ad essere meno angosciati, dall’altra parte ci impedisce di prepararci. Un esempio per tutti: spesso le persone sono in difficoltà anche solo a pronunciare la parola “morte”! Quando si credeva che la morte rappresentasse un passaggio dalla vita all’altra, si pregava e ci si preparava: ma dal Settecento in poi abbiamo assistito a una crisi paurosa, non solo della fede, ma soprattutto della fede dell’aldilà che ha avuto ripercussioni molto serie sul nostro modo di vivere il lutto: se la morte è annullamento totale, perché continuare a parlarne? A meno che non ci consideri dei supereroi, è meglio lasciar perdere. C’è poi l’altra faccia della medaglia: dal momento che non ci sono rimedi alla morte, si tenta di fare tutto nel mondo terreno. Ma ci sono situazioni della vita che ci obbligano a confrontarci con il lutto: se si ammala gravemente il genitore di un bambino, è giusto che quel bambino non lo possa neanche visitare, che venga portato dai nonni e nel caso nemmeno assistere al funerale? Da adulto si infurierà con la famiglia perché l’ha escluso da un aspetto fondamentale della vita, tanto doloroso quanto essenziale.”

C’è qualche strategia per vivere il lutto con più consapevolezza?
“Il tema della morte non può riguardare solo gli “addetti ai lavori” e gli esperti, ma deve raggiungere la vita quotidiana delle persone, dal momento che tutti siamo implicati nel momento in cui ci muore una persona cara. Cosa si può fare per cambiare la situazione? Una delle cose che si è sperimentato a livello internazionale è appunto il Death Cafè, che consiste nel creare dei piccoli gruppi di discussione specifici della morte, dove si affronta l’argomento a ruota libera in un contesto conviviale, con tanto di tè, torte salate e pasticcini, creando una situazione in cui le persone siano a loro agio, similmente a quanto accade in un circolo o in un pub. Per il momento non è come a Londra, dove c’è un vero e proprio locale aperto tutti i giorni: nel nostro caso si tratta di appuntamenti occasionali, a cui è necessario prenotarsi.”

Com’è andato il primo ‘Death Cafè’ del 29 ottobre? Quando sarà il prossimo?
“Ha avuto un enorme successo, c’erano le persone che aspettavano fuori dalla porta. Per lanciare la serata abbiamo pensato di invitare 20 partecipanti che non fossero addetti ai lavori: ma la notizia si è sparsa e si sono presentate molte più persone (pensi che una delle nostre invitate ci ha detto che sarebbero voluti venire anche il figlio diciannovenne e la ragazza, perché avevano voglia di confrontarsi sull’argomento e capire come funzionava!). Adesso abbiamo già 100 persone interessate a partecipare ai prossimi ‘Death Cafè’, e quindi faremo tutta una serie di incontri, con cadenza all’incirca mensile, a partire da gennaio 2016.”

Una curiosità: come si svolgono questi incontri? Chi rompe il ghiaccio, non c’è dell’imbarazzo?
“Guardi, in realtà è stato semplicissimo. Io ho accolto le persone esordendo così: “Noi vi abbiamo invitato perché so che avete voglia di parlare della morte, allora parliamone a ruota libera”. Poi abbiamo chiesto alle persone che sono intervenute se in un eventuale secondo incontro avessero voluto trattare qualche tema particolare: una metà ha espresso la sua preferenza per il tema “come si parla della morte ai bambini”; l’altra metà, sull’onda di quello che è accaduto recentemente, ha detto che vorrebbe approfondire il tema della morte violenta. Tutte le volte che ci si incontra si registra, in modo tale da poter ritornare sulle riflessioni emerse. Abbiamo notato che probabilmente gli incontri vanno indirizzati a gruppetti più ristretti, perché ci sia spazio per tutti e ci si possa esprimere un po’ più agevolmente: il 29 ottobre eravamo in venti, hanno parlato 15-16 persone, perché ovviamente c’è anche chi non vuole restare in silenzio e va rispettato.”

E’ più facile parlare della morte con sconosciuti, piuttosto che con amici?
“La risposta è “dipende”: ci sono persone che ne parlano più facilmente tra estranei, chi preferisce farlo con chi già conosce: la stessa cosa accade per tutti i temi “caldi” della vita, come l’amore o il sesso.”

Questo successo che cosa vi ha fatto pensare?
“Abbiamo capito che probabilmente non è che le persone non vogliano parlare della morte, ma piuttosto che non sappiano dove farlo perché i canali sono chiusi. Poi ci sarà sempre chi preferisce non parlarne: ma non è per tutti così.
Rispetto alla tradizionale formula del ‘Death Café’ anglosassone, abbiamo pensato di introdurre una variazione, ovvero di trasformare questi incontri episodici in un vero e proprio circolo, il “Circolo dei Mortali”, dove i partecipanti, appunto, sono mortali che tengono conto della loro condizione.”

In che senso parlare della morte può aiutare ad affrontare meglio la vita?
“Ci si può interrogare su quello che è la morte, senza arrivare necessariamente alla conclusione che è solo annullamento: si può scoprire che ci sono altre alternative che danno senso alla morte, e non solo il fatto che ci sia o meno un aldilà. Ad esempio, che restano gli altri: quando moriamo noi non finisce tutto il mondo! E poi, interrogandosi su questo, si scoprono molte altre cose attraverso quel lavorio tipicamente umano, capace di dare un senso a quello che sembra insensato. Magari il senso non si afferra, ma è importante comunque cercarlo per evitare di vivere nell’angoscia o nella paura di quel momento. In realtà nel corso dei secoli l’uomo si è raccontato molte cose pensando a questi temi e ponendosi delle domande. Farlo insieme, in tanti, è una buona strategia.”

Professore, lei si occupa anche di prevenzione del suicidio. In rapporto a una vita percepita come insopportabile, come si può riflettere sulla morte nel senso positivo del termine, ovvero non vederla come una soluzione per porre fine ai propri problemi ma rifletterci sopra per capire che c’è un modo diverso di condurre la propria esistenza?
“Uno dei miei libri si intitola proprio “Contro la morte”: non è che chi parla della morte sia favorevole alla morte, tutt’altro! Questo va detto con chiarezza, perché a volte si parla di cultura della morte in un’accezione totalmente diversa. Comunque il punto è questo: ci sono persone che si possono trovare in una circostanza della loro vita di tipo psicologico, fisico o sociale in cui percepiscono l’esistenza come insopportabile: spesso però di fronte a questo tipo di situazione tutti noi commettiamo l’errore di proporre un’accettazione o un rifiuto, una soluzione o una proibizione. In realtà dobbiamo fare in modo di uscire da questa dicotomia e ragionare sulla possibilità che per ognuno esista ancora una ragione di vita valida, senza dire “La vita è tua, fanne quello che vuoi” e nemmeno affermando che “non si può fare”, come imporrebbe una dittatura. C’è una bellissima operetta morale di Leopardi intitolata “Porfirio e Plotino”, dove i protagonisti sono due filosofi, di cui uno ottimista e l’altro pessimista: dopo un po’, le ragioni del pessimista prevalgono, perché purtroppo le drammaticità della vita sono sempre più pesanti e incisive rispetto alle cose belle, al punto che il pessimista arriva a pensare che sia giusto suicidarsi. Ma Plotino controbatte così: “Sì, è vero, la vita fa schifo ma non te ne andare. Resta con noi”. Insomma, di fronte al suicidio, la strategia è aiutare la persona a trovare delle ragioni di vita, o a migliorarle: nessuno può essere abbandonato in questo senso. Le ragioni di vita possono esaurirsi, ma ci deve essere sempre una persone che ti dica “Fallo per me, non te ne andare! Ci sono ancora io!”. Se le motivazioni non si trovano, è una sconfitta per tutti. C’è un famoso suicidologo americano che nella prefazione di un suo libro afferma questo: “Io mi sono occupato per tutta la vita di suicidio, però ancora non so perché uno si suicida. Soprattutto: come mai se ne uccidono così pochi?” Domanda provocatoria che ben rispecchia quello che le ho detto.”

Molti di più, evidentemente e fortunatamente, riescono a trovare delle motivazioni per continuare a vivere.
“Infatti: quante persone conducono una vita che non sopportano più, che magari non si uccidono perché vogliono evitare che qualcuno porti alla notizia alla madre? E viceversa: quante persone hanno delle ragioni di vita, ma magari si uccidono, perché non hanno nessuno che li sostenga?”

E se le persone attorno non capiscono?
“Si vede che sono persone chiuse in se stesse, perché quando qualcuno dice “Non ce la faccio più, voglio morire”, in qualche modo si appella al prossimo. Il suicida non lo fa solo perché la sua vita l’ha disgustato: si uccide anche perché non c’è stato nessuno che l’ha aiutato a trovare una ragione di vita al di là di sé, oltre sé. La società è tanto più autorizzata a trattenermi in vita quanto più mi dà, quanto più si dedica a me: se non si sente autorizzata, semplicemente mi punisce o mi assolve di fronte a questa decisione.”

Si aprirebbe una lunga discussione su questo tema…
“Il discorso sull’eutanasia è analogo: non è affrontabile contrapponendo chi è a favore a chi è contro. È diverso: se insieme si trovano delle ragioni per continuare a campare, allora si campa, altrimenti si muore. Non è un problema di essere d’accordo o meno, è un problema di umanità e dell’umanità attorno alla persona coinvolta.”

C’è una cultura o una filosofia che aiuti ad affrontare la morte meglio di altre? Ci sono delle culture in cui della morte si parla di più, e quindi le persone sono più “abituate” a considerarla come parte della vita, che non in contrapposizione alla vita?
“Sì, sono quelle filosofie che guardano alla morte dal punto di vista del tempo, in rapporto all’infinito: tutte quelle culture che guardano alla morte come qualcosa che non conclude la vita danno la possibilità di parlarne. Se dopo si pensa che ci sia il nulla, non ha senso discutere.”

Quali sono le strategie di prevenzione del suicidio? C’è qualche strumento che può aiutare più di altri per riconoscere casi “potenziali”?
“Il “faro” della prevenzione del suicidio è far sì che tutti diano alla loro vita un senso. Credere che il senso della vita derivi da come sta andando la vita è pericoloso, se la vita in quel momento è disastrosa”.

Purtroppo ci sono anche persone energiche e per nulla pessimiste che si suicidano…
“Sì, è vero. Anche la troppa grinta è un segnale: stia attenta. Se uno è sempre euforico, è come se fosse depresso: anche essere troppo ottimisti, quando c’è da essere pessimisti, non è una buona strategia. L’allegria eccessiva può essere difensiva, un mascheramento di qualcos’altro. Chi ha bisogno di essere troppo allegro, quando subirà un colpo duro che lo costringe a cambiare atteggiamento nei confronti della vita diventerà troppo triste.”

Lei mi sembra una persona estremamente gioviale e allegra. Come si può parlare della morte, non dico con allegria, ma con uno spirito più leggero e non angoscioso?
“L’allegria deriva dalla sdrammatizzazione: ma non sto parlando dell’allegria del clown forzata, finta, caricaturale, che deve far ridere. L’allegria vera è quando si pensa: “Eh vabbè, prima o poi morirò, ma il mondo intero va avanti!”.”

Una domanda che si rinvia all’attualità degli attentati a Parigi. La concezione della morte secondo l’Islam è davvero così diversa dalla visione occidentale? Nei suoi studi ha mai affrontato questo argomento?
“E’ difficile dare una risposta a questa domanda, l’Islam è una realtà complessa che noi conosciamo poco. L’Islam è Maometto che dice: “Quando si uccide una persona è come se ci uccidesse l’umanità intera”, il che farebbe pensare a una visione molto simile a quella del Cristianesimo (del resto l’Islam vissuto nella vita quotidiana, nelle case delle persone qualunque, è pacifico). Poi però va considerato che la civiltà islamica è una civiltà dell’obbedienza e del potere, che rimanda a una storia di conquiste dal punto di vista politico. D’altra parte anche nella nostra società è così: i popoli sono perlopiù pacifici, i vertici meno. Adesso noi viviamo in una contingenza storica in cui c’è la pace in Europa da più di 70 anni, ma comunque le nostre guerre con milioni di morti le abbiamo fatte anche noi: non è che siamo così pacifici come ci piace credere. Oltre al fatto che tutto quello che sta succedendo nel Medio Oriente in parte è il risultato delle nostre mosse.”

Non a caso nella nostra società si parla spesso di morte violenta.
“Sì: la nostra è una cultura della rimozione della morte, nel senso che non si parla mai della morte naturale. Ma della morte violenta si parla in continuazione: il genere più letto è il giallo, il telegiornale è fatto per lo più di cronaca nera. Quindi quella tipologia di morte è perfettamente presente nella nostra vita. Nella violenza terroristica uccidere serve a mascherare il fatto che prima o poi muori anche tu: se sei debole quale altra possibilità hai se non il terrorismo per colpire il tuo nemico e riscattarti? Ma c’è di più: l’idea di violenza non è così lontana dalla nostra vita come crediamo. E’ una questione di istinto ma anche di educazione, dal momento che veniamo allevati competitivi: se un bambino dice a casa che l’hanno picchiato, l’invito della mamma è quello di “darle più forte”. Anche noi, più o meno consapevolmente, continuiamo ad alimentare questa catena di violenza, che invece andrebbe interrotta: il problema è che reagendo con la violenza si creano dei vinti, e i vinti nella loro debolezza spesso si illudono di trovare una possibilità aderendo al terrorismo.”

Quanto aiuta credere nell’aldilà?
“Aiuta, aiuta tanto. Kant diceva: “Se non c’è il tempo nel corso della vita di fare giustizia, almeno si può sperare che si faccia giustizia dopo”. A Kant non importava che esistesse davvero l’aldilà, ma credere nella speranza nel riscatto.”

In apertura foto di Rawpixel.com/Shutterstock.com

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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