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“Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà”, il raptus omicida non esiste: intervista a Romolo Giovanni Capuano

di Michela BecciuRomolo Giovanni Capuano, sociologo e criminologo autore del libro “Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà” (C1V Edizioni), ci accompagna in un viaggio letterario sulla criminologia, la scienza che studia i comportamenti criminali e i loro autori.

Attraverso un’attenta disamina di come i mass media trattano tale complessa materia, l’autore evidenzia le ‘false’ conoscenze che chi fruisce di certi prodotti televisivi acquisisce, sentendosi in qualche modo ‘esperto’ di un tema che conosce solo approssimativamente e che talvolta nemmeno gli addetti ai lavori – i giornalisti che trattano di cronaca e gli inquirenti che si occupano delle indagini – possiedono completamente. Capuano intervistato da UrbanPost ha definito “primitive” le nozioni criminologiche in uso oggi, “ottocentesche, che spesso risalgono a Lombroso”, e andrebbero dunque ‘aggiornate’. Il libro smaschera i falsi miti sulla criminalità di cui media, letteratura e cinema sono forieri. Luoghi comuni che chiunque almeno una volta nella vita, dissertando, ha cavalcato. Capuano le ha chiamate “fallacie della mente criminologica” tipiche della società moderna dove “nessuno più intrattiene con il crimine un rapporto da incompetente”.

Di queste una su tutte mi ha colpito: la malattia mentale – o più genericamente ‘pazzia’ – spesso erroneamente associata ai crimini efferati per trovare una spiegazione logica a delitti che all’apparenza non ce l’hanno, ad esempio un figlicidio, l’omicidio più innaturale che la mente umana possa concepire. “Ha ucciso perché pazzo o affetto da un disturbo mentale”, diciamo spesso a noi stessi per poter ‘giustificare’ (nel senso di dare spiegazione logica, non certo avallare) un crimine efferato. Come a voler dire: “Io, che sono ‘normale’, non potrei mai fare una cosa del genere”. Eppure dati alla mano – e il libro di Capuano lo spiega bene – le cose non starebbero così. Il male ‘puro’, scevro da disturbi mentali, può esistere. “L’equazione malato mentale=violento trova riscontro non solo nella fiction cinematografica, ma anche nella realtà”, eppure ciò che appare scontato seguendo i tg e gli approfondimenti televisivi di cronaca nera spesso non lo è. Quando a Capuano ho chiesto delucidazioni in merito, lui mi ha risposto che il legame diretto tra la malattia mentale e la violenza, o addirittura la criminalità, non c’è: “Eventuali comportamenti violenti da parte di chi è affetto da un disturbo mentale non hanno spesso origine dal disturbo mentale stesso”. Non è vero che chi ha un disturbo mentale ha una propensione maggiore a commettere atti violenti rispetto a chi non lo è, perché, alla luce di “studi epidemiologici emerge una verità ormai accertata: la stragrande maggioranza dei soggetti con disturbi mentali non commette reati né atti violenti”.

Un interrogativo a questo punto si pone: c’è il rischio che la psichiatria forense si trasformi in una scorciatoia ed elimini la responsabilità penale di un colpevole? “Sì”, mi ha risposto Capuano, riallacciandosi poi ad un’altra delle ‘questioni’ affrontate nel libro di cui in oggetto: il raptus omicida. “Alla luce di quanto letto, dunque, gli studi in materia dimostrano che il dolo d’impeto ‘non esiste’?” Ho chiesto a Capuano, che mi ha risposto: “Il raptus omicida è una parola relegata al gergo giornalistico e al discorso quotidiano ma priva di qualsiasi valore scientifico”. Se infatti è vero che “un’indagine appena approfondita permette di rivelare che essi (la maggior parte dei crimini ndr) non sono così repentini e inaspettati, come vuole il luogo comune giornalistico, quasi mai si tratta di fulmini a ciel sereno, e anzi dietro a queste storie si nascondono drammi familiari, tragedie del lavoro, gelosie, tradimenti, delusioni cocenti …”. Ogni omicidio quindi è preceduto da una seppur minima forma di premeditazione, da intendere come la progettualità antecedente un atto delittuoso. Il raptus omicida “è oggi solo un termine adoperato nei discorsi quotidiani e negli articoli giornalistici e i suoi equivalenti in ambito scientifico (“disturbo mentale transitorio”) sono lontani dall’aver trovato definitivo accordo nella comunità scientifica”.

C’è poi la delicata e spinosa questione del movente: nei procedimenti giudiziari un delitto deve sempre avere una motivazione logica, una causa scatenante. L’importanza di identificare il movente di un omicidio per capirne le ragioni è messa in luce ogni volta che un impianto accusatorio messo in piedi contro un imputato non si in grado di dire, supportato da elementi oggettivi, perché quell’assassino abbia ucciso. Dell’assenza di un movente si fa forte anche la difesa di un presunto reo, che può tacciare di labilità il quadro probatorio contro il suo assistito in quanto privo di apparente causa. Capuano ha confermato la difficoltà di identificare e delineare con precisione il movente di un omicidio: quello che è per l’autore del delitto – che talvolta agisce dettato dall’esigenza di soddisfare il proprio ego (il criminologo fa l’esempio del delitto d’onore) – spesso non coincide con il movente delineato dal quadro probatorio messo in piedi dalla magistratura sulla scorta dei dati oggettivi raccolti nelle investigazioni fatte.

Perno del libro di cui si sta parlando è il ruolo dei media nel trattare la cronaca nera e giudiziaria. “Delitti. Raptus, follia e misteri. Dalla cronaca alla realtà” elenca le false ‘verità’ che spesso la tv produce, permettendo ai telespettatori di sentirsi erroneamente ‘esperti’ di una materia che in realtà conoscono poco o niente. Un fenomeno ormai sempre più dilagante, alimentato oltremodo dai social network ‘luogo’ di fruizione di siffatte notizie. Capuano evidenzia lo scopo principale dei mass media quando trattano di un fatto criminoso: la spettacolarizzazione atta a creare sensazioni forti ed eccitazione in chi guarda e ascolta. La conseguenza? Il fatto omicidiario non è più  aderente alla realtà e viene percepito e fruito non correttamente dal telespettatore.

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