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Delitto Macchi: 29 anni dopo chiesta la riesumazione del corpo

Sono passati 29 anni dal delitto. Un caso, quello di Lidia Macchi, ancora insoluto. Ma a Gennaio la svolta: esce un nome, quello di Stefano Binda, ex compagno di liceo e frequentatore dello stesso gruppo di Cl della vittima. Il 15 del mese, le manette. Secondo il sostituto pg di Milano Carmen Manfredda sarebbe stato proprio lui a violentare la donna e poi ad ucciderla con 29 coltellate. L’uomo risponde dal carcere dicendo “sono tranquillo, non c’entro nulla, aspetto che tutto si chiarisca“.

Adesso è arrivata la richiesta per la riesumazione del corpo, l’obiettivo è accertare possibili tracce di Dna di Stefano Binda sul cadavere della Macchi. Prima di eseguire si deve però attendere la risposta del Gip di Verese. A spingere per le nuove analisi sono stati proprio i familiari di Lidia. L’obiettivo è far si, come spiegano, di “non lasciare nulla di intentato“. “È un momento delicatissimo, e fare questo accertamento è indispensabile per far luce sulla vicenda – così l’avvocato della famiglia, Daniele Pizzise è possibile riesumare una mummia dell’antico Egitto, ancor più lo può essere nel nostro caso, a 30 anni dal decesso“.

Allo stesso tempo prosegue anche la ricerca dell’arma del delitto, un coltello. Secondo le indagini Binda lo avrebbe potuto nascondere nel parco Mantegazza di Varese. Gli investigatori e gli uomini dell’esercito lavorano senza sosta nel parco, scavando dal 15 febbraio. Ad indirizzare gli inquirenti è stata una donna, Patrizia Bianchi, amica sia di Lidia che di Stefano. La stessa che ha riconosciuto la scrittura dell’uomo in una lettera inviata alla famiglia di Lidia il giorno del funerale.

 

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