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Dimissioni Renzi: mille giorni “di te e di lui”

“Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta. Volevo ridurre il numero delle poltrone: la poltrona che salta è la mia”, con queste parole – al pervenire dei primi risultati del referendum – il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato le intenzioni di lasciare la sua posizione da Premier.

Dopo mille (e quindici) giorni di governo, Matteo Renzi abbandona la poltrona da Presidente del Consiglio: la scelta degli italiani di votare contro la revisione costituzionale ha infatti obbligato il Premier a prendere atto della sua sconfitta, una sconfitta per alcuni versi personale e per altri della società italiana intera. Gli elettori italiani, infatti, con il loro voto non solo hanno espresso la loro sfiducia nell’attuale (ancora per poco) Presidente del Consiglio bensì sembrano aver voluto dire “No” ad una lunga serie di cambiamenti, molti dei quali già introdotti durante i mille giorni di governo Renzi. Populismo, anti-europeismo, scontentezza nei confronti del “Rottamatore” o semplice scelta consapevole e responsabile? E’ difficile determinare con certezza quale sia stata la motivazione che ha spinto gli italiani a frenare il cambiamento nonostante alcune correnti politiche in queste ore stiano cercando di prendersi il merito di tale scelta. Ma cos’hanno significato per l’Italia questi mille giorni di Renzi?

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Sebbene senza le rottamazioni tanto promosse durante le primarie, l’eredità lasciata da Renzi è fatta anche di traguardi importanti per il nostro Paese. Tra tutti ricordiamo la legge sulle Unioni Civili che, approvata ufficialmente l’11 maggio 2016, ha introdotto anche in Italia la possibilità per persone dello stesso sesso di sposarsi civilmente. Un traguardo importante per il nostro Paese che, nei mille giorni di governo Renzi, si è trovato ad affrontare anche le tanto discusse novità introdotte dal Jobs Act o dalla Legge di Stabilità ma anche ad assistere alle discussioni sull’Italicum. Troppo, troppo poco o troppo male? I pareri sono discordanti anche in questo caso ma, di certo, la scelta degli italiani non lascia dubbio: la “fame di futuro” di cui parlava Matteo Renzi meno di un mese fa sembra non coincidere con l’idea d’innovazione promossa dai suoi mille giorni di governo. E ora?

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