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Dinosaur Jr. in concerto al Carroponte 2017: per chi è in cerca di sostanza

Sostanza, pura sostanza. Niente fronzoli, nessun particolare accorgimento su come salire sul palco, interazione con il pubblico ridotta al minimo, pause tra un pezzo e l’altro lunghe a volte minuti, senza una parola. Tutto questo non ha alcuna importanza quando la protagonista indiscussa dell’esibizione è la sostanza, nuda e cruda. J Mascis (chitarra e voce), Lou Barlow (basso e voce) e Murph (batteria), formazione e nucleo originale dei Dinosaur Jr. calcano il palco del Carroponte poco dopo le 22, quando le prime gocce d’acqua cadono sul pubblico in attesa. I tre musicisti americani prendono posto, senza curarsi troppo di fare un ingresso ad effetto. A dire il vero nemmeno le prime note di Thumb, brano tratto da Green Mind, sembrano avere il piglio giusto. C’è un evidente insidia alla resa dell’esibizione dal vivo di una band così famosa per l’importanza e l’imponenza del suo sound, ed il problema è riassumibile con una semplice espressione: poco volume. I limiti sui decibel stanno stretti, e non per una masochistica volontà di tornare a casa con le orecchie che fischiano ma perché il muro di suono fatto di fuzz, distorsioni e feedback viene limitato nella sua dinamica.

Mascis, uno che con i suoi amplificatori, se lasciato fare, i limiti di legge sulle emissioni sonore li supera da solo, sembra risentirne. E allora ad un tratto, durante il terzo pezzo della scaletta “Lost All Day”, si gira verso uno dei tre stack di casse Marshall che lo circondano rassicuranti, mette mano alle testate e tira su il volume (più o meno in quel momento inizia a diluviare, ci sarà un nesso?). Da lì in poi, pura goduria per gli appassionati del suo suono: si riesce ad apprezzare a pieno il tocco, il suono peculiare, graffiante e spaziale. Barlow e Murph non possono partecipare alla gara di volumi intrapresa dal chitarrista ed Il risultato è che non sempre il suono è ben bilanciato giù dal palco, e questo ha un impatto nel rendere giustizia al sound dei Dinosaur Jr.. Ma ancora una volta, nonostante tutto, è evidente la sostanza: lì sul palco, quei tre, suonano in maniera imponente per un’ora e venti circa, una serie di brani che hanno lasciato il segno, ieri sera come negli anni. Classici più datati come “Start Choppin’” o “The Wagon” si incastrano tra svariati pezzi proposti dall’ultimo album “Give a Glimpse of What Yer Not” (2016): non potevano di fatti mancare i singoli da questo estratti, come “Tiny” e “Going Down”. Il momento di massimo coinvolgimento è senza dubbio l’esecuzione di “Feel the Pain”, dove tutti si ritrovano a cantare e saltare sotto la pioggia battente, costante della quasi totalità della durata dell’esibizione. Se tutto sembra acquietarsi con la ballata “Knocked Around”, terzo singolo estratto dall’ultimo lavoro, da lì a poco ci si ritrova travolti dal punk hardcore di Training Ground, risalente al periodo dei Deep Wound. La band scende dal palco sul finire della coda di Gargoyle, per ripresentarsi, pochi istanti dopo, per il bis di due pezzi. Il primo dei due brani è “Just Like Heaven”, cover consolidata e storica del brano dei The Cure. La band chiude il set con “Sludgefeast”, con il suo riff e la stupenda coda strumentale.

Finisce il concerto, smette di piovere, si torna a casa con le orecchie non fischiano e forse la cosa, questa volta, lascia un po’ di amaro in bocca. Ma la sostanza era lì, evidente e prepotente: i Dinosaur Jr., un pezzo di storia.

Recensione e foto a cura di Francesco Lucà 

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