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Direttiva Bolkestein: che cos’è, perché gli ambulanti italiani la odiano

Con un emendamento alla legge di stabilità 2018 il Governo ha rinviato al 2020 l’adozione della direttiva dell’Unione Europea Bolkestein, che imponeva il rinnovo a nuove condizioni di tutte le concessioni per il commercio ambulante a partire dal 31 dicembre 2017.

«Al fine di garantire che le procedure per l’assegnazione delle concessioni del commercio su aree pubbliche siano realizzate in un contesto temporale e regolatorio omogeneo, il termine delle concessioni in essere alla data di entrata in vigore della presente disposizione e con scadenza anteriore al 31 dicembre è prorogato fino a tale data». Con questo breve testo, dunque, il governo proroga di fatto le concessioni per il commercio su aree pubbliche al 2020, lasciando al prossimo governo la decisione di modificare la normativa vigente.

La novità introdotta dalla Bolkestein, fin dal suo primo recepimento con il D.Lgs. 59/2010, è il principio della libertà di prestare servizio: significa, in breve, il divieto per gli Stati di imporre al prestatore di servizi di un altro Stato membro, ulteriori requisiti burocratici rispetto a quelli richiesti ai propri operatori, che non siano giustificati da ragioni di pubblica sicurezza, protezione della salute e dell’ambiente. L’ambito di applicazione riguarda tutte le attività economiche «di carattere imprenditoriale o professionale, svolte senza vincolo di subordinazione, diretta alla scambio di beni o alla fornitura di altra prestazione anche a carattere intellettuale», quindi anche il commercio ambulante. Si tratta di uno stop a tutti i regimi autorizzativi di natura solo italiana che ancora oggi rendono molto difficile – ed impediscono di fatto – la presenza di soggetti di altri paesi europei in determinati settori dall’economia italiana.

La direttiva Bolkestein stabilisce dunque la parità di tutte le imprese e i professionisti europei nell’accesso ai mercati dei paesi Ue. I settori maggiormente interessati dal provvedimento sono quelli dei servizi in concessione. Una delle disposizioni contenute nella direttiva Bolkestein stabilisce che le gare per affidare in gestione servizi pubblici indette dagli Stati Ue, debbano avere regole chiare e pubblicità a livello internazionale. Secondo il disciplinato della Bolkestein quasi tutte le concessioni pubbliche, cioè beni di proprietà statale, come le spiagge o gli spazi occupati dagli ambulanti, possono essere concesse ai privati solo per quantità di tempo determinate al termine delle quali la concessione deve essere messa pubblicamente a gara, con la possibilità quindi di partecipazione anche di soggetti di altri stati Ue.

La direttiva Bolkestein, molto contestata fin dalla sua prima presentazione nel 2004, si inserisce nello sforzo generale della Commissione di far crescere competitività e dinamismo in Europa per rispettare i criteri della Strategia di Lisbona. Inoltre la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei prestatori di servizi sono importanti diritti dei cittadini europei, e sono alcune delle libertà economiche principali presenti già nel Trattato di Roma del 1957.

Un primo tentativo di applicare la direttiva in Italia ci fu nel 2010, quattro anni dopo la sua entrata in vigore. La Commissione aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Italia, contro il Governo Berlusconi, per il ritardo con il quale aveva deciso di intervenire, ma non appena il provvedimento entrò in discussione ci furono proteste e manifestazioni. Fu proprio allora che si utilizzò per la prima volta l’escamotage della proroga, con un provvedimento che venne esteso per tutti i concessionari fino al 2015. Si pensava, in questo modo, di fare il tempo per ammortizzare gli investimenti e così limitare le eventuali perdite. Ora la nuova proroga concessa dal Governo Gentiloni replica quanto già fatto sette anni fa.

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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