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Disoccupati in età matura e il problema della ricollocazione: intervista ad Armando Rinaldi, socio fondatore di ATDAL Over40

Che cosa fare per chi perde il lavoro in età matura? A questa domanda cerca di rispondere quotidianamente con il proprio impegno ATDAL Over40 (Ass. per la Tutela dei Diritti dei Lavoratori), associazione milanese di promozione sociale nata nel 2002. UrbanPost ha voluto parlarne con il sign. Armando Rinaldi, uno dei soci fondatori, nonché ex dirigente di una multinazionale costretto a concordare le “dimissioni” a 51 anni di età e con 34 anni di contributi versati.

Di che cosa si occupa la sua associazione? Com’è nato il progetto?
“Atdal Over40 è nata con l’obiettivo di dare voce e tutelare i diritti di chi perde il lavoro in età matura, allora si parlava di “over50” poi l’età si è progressivamente abbassata, perché purtroppo le aziende tendono a sbarazzarsi di chi ha superato i 40 anni, e l’associazione ha cambiato la denominazione in “Over40”. Negli anni siamo riusciti a creare un network che coinvolge le città di Roma, Torino e Pavia, dove operano realtà gemellate alla nostra, con lo scopo di dare voce a chi viene buttato fuori dai posti di lavoro in età matura e non riesce più a ricollocarsi perché discriminato a causa dell’età, oltre a vedersi allontanare sempre di più la possibilità di accedere alla pensione. Questo problema riguarda centinaia di migliaia di persone in età matura, uomini e donne, spesso single o famiglie con figli precari o disoccupati da mantenere. Stiamo parlando di un milione e mezzo di persone in tutta Italia, che vivono senza nessun tipo di sostegno.”

Quali sono le attività che portate avanti?
“Cerchiamo di continuare a mantenere viva l’attenzione su questo problema, sia con interventi sulla stampa, sia partecipando a trasmissioni televisive. Le azioni più eclatanti sono state le convocazioni alla Camera e al Senato, partecipazione che ci ha permesso di entrare in un circuito dove veniamo riconosciuti come un’associazione di volontariato che si occupa di un tema molto sentito: proprio lo scorso marzo siamo andati in audizione al Senato per il discorso sul reddito di cittadinanza. Sia a Milano che a Roma abbiamo aperto degli sportelli di accoglienza per disoccupati, a cui non offriamo un lavoro, ma sostegno psicologico e informazioni utili, come ad esempio indicazioni su dove trovare agevolazioni per chi è senza reddito, tessere gratuite per girare sui mezzi di trasporto pubblici, informazioni sulle pensioni: un modo utile per non far sentire sole queste persone, dal momento che la solitudine è l’anticamera della depressione e di tante patologie fisiche e psicologiche. Poi cerchiamo di “far rete”, sapendo che purtroppo quasi sempre in questo paese il lavoro si trova grazie alle conoscenze: queste persone conoscendosi mettono a comune denominatore le informazioni, segnalandosi reciprocamente le possibilità occupazionali reali con cui vengono a contatto. A qualcuno siamo anche riusciti a trovargli un lavoro, ma si tratta di poche unità: una goccia nel mare. Queste sono le cose fatte in 14 anni. Facciamo parte anche di “Age Platform”, che è un grande circuito europeo che raggruppa 170 realtà di volontariato, avendo come obiettivo quello di trattare tutte le tematiche che riguardano gli anziani (anche se anziani è un termine molto vago, dal momento che ci sono persone troppo anziane per lavorare e viceversa 45enni che vorrebbero lavorare ma non riescono…!)”.

Lavorate in qualche modo anche in raccordo con le aziende del territorio? Siete riusciti a trovare qualche strategia per fare incontrare domanda e offerta?
“Questa è un tema per cui sto lottando da anni. Partiamo da questa considerazione: tutti gli anni vengono investiti fondi pubblici – stiamo parlando di decine di milioni di euro finanziati in parte dalle Regioni e in parte dal Governo centrale – che vengono dirottati sui cosiddetti “programmi di sostegno alla ricollocazione”. Ad esempio in Lombardia c’è la DUL (Dote Unica Lavoro), che mette a disposizione soldi a realtà del settore come agenzie di ricollocamento, le quali prendendo in carico i disoccupati dovrebbero costruire un processo utile alla ricollocazione, attraverso la formazione, il rifacimento dei curricula, la motivazione, l’autostima, cercando alla fine di ricollocarli. In realtà manca purtroppo la parte finale del processo: quando queste persone hanno seguito tutto il percorso si dice loro di mandare il curriculum a destra e a manca cosa che facevano senza alcun risultato concreto già prima di aderire alla DUL. Sul fronte pubblico il problema è che i centri per l’impiego pubblici non hanno di fatto collegamenti diretti con le imprese e che i privati non hanno nessun interesse ad agire in questo settore: in sostanza manca un lavoro di marketing territoriale, che faccia capire quali sono le aziende e quali le tipologie di professionalità di cui avrebbero bisogno. Noi leggiamo spesso sui giornali annunci del tipo “Mancano 1.000 pizzaioli”, oppure “Mancano 1.000 tornitori”: ma un’informazione che in questo modo non serve a nessuno, perché è importante sapere DOVE mancano queste figure.”

Qual è la sua proposta?
“Affidare ad associazioni come la nostra un’attività di scouting, magari in collaborazione con delle università che possano offrire la metodologia. Bisognerebbe anche avvalersi di persone, in possesso di un tesserino di riconoscimento da parte del Comune, che abbiano la capacità di interloquire con imprenditori, piccoli o grandi che siano. I risultati di questo “scouting” potrebbero essere messi a disposizione di tutti, sia delle strutture pubbliche che di quelle private che si occupano di ricollocazione: con un “ma”, nel senso che queste attività devono essere retribuite, andando a sottrarre giustamente un po’ di soldi da quel monte di finanziamenti che viene assegnato tutti gli anni ai programmi di ricollocazione. Questa è una strada percorribile, anche coinvolgendo diverse associazioni da mettere in rete, ma non si può prescindere da un discorso di investimenti.”

Prima mi ha detto che la vostra associazione è passata dalla tutela degli “over 50” a quella degli “over 40”: una persona di 40 anni è già vecchia per il mondo del lavoro?
“Assolutamente sì, pur esistendo delle eccezioni. Le statistiche di oggi dicono che la disoccupazione giovanile è ai massimi storici, però aumenta l’occupazione nella fascia dei 55 anni: ma la diminuzione di disoccupazione in quella fascia di età è dovuta al fatto che le persone di una certa età non possono andare in pensione e che i giovani non riescono ad accedere al lavoro. Il problema per i 40enni è concreto, dal momento che non possono essere pagati 600 euro al mese; ammesso anche il fatto che qualcuno di loro accetti una paga del genere, il rischio è di trovarsi a dover gestire dei lavoratori insoddisfatti: e i datori di lavoro questo lo sanno bene.”

Sono molte le offerte di lavoro che prevedono un limite di età?
“Qualche anno fa la Bocconi condusse un’interessante indagine sulle inserzioni di lavoro nelle quali sarebbe vietato inserire il limite di età: e risultò che in realtà ben il 65% delle offerte di lavoro prevedeva un limite di età, che si attestava intorno ai 35-38 anni. Quando sono stato al Senato, ho fatto notare che i bandi di gara dell’ente pubblico per la ricerca di auditori al Senato e alla Camera poneva un limite di età che è di 18-44 anni: se lo Stato è il primo a mettere dei limiti di età facendo delle discriminazioni, possiamo immaginare cosa non avvenga nel mondo privato…”.

Qual è il profilo medio della persona che si rivolge ai vostri sportelli?
“A Milano e a Roma si rivolgono prevalentemente a noi colletti bianchi, impiegati, anche qualche dirigente, oltre a lavoratori del settore della ristorazione e dei servizi alla persona. A Torino, invece, la composizione è prevalentemente operaia, data la tradizione della città. Le dico qualche dato sulle 400 persone che si sono rivolte allo sportello di Milano in questi due anni di attività: la stragrande maggioranza è composta da italiani, una piccola percentuale di stranieri, uomini e donne più o meno in egual misura, il livello di studio è medio-alto (in prevalenza diplomati, ma non mancano i laureati). Lo sportello è aperto solo una volta a settimana e, a parte nella fase iniziale, non è stato molto pubblicizzato per ovvi motivi di costi. Ma non siamo gli unici a Milano ad offrire questo genere di servizio: ad esempio c’è anche Articolo Quattro, sportello che si rivolge ai liberi professionisti con partite IVA. In città sono circa 20-25mila gli over 40 senza un lavoro.”

Quali sono le misure per il ricollocamento al momento in atto e come mai stanno fallendo?
“Al momento ci sono una serie di agevolazioni, che il Jobs Act ha rilanciato: si tratta di una serie di vantaggi fiscali-contributivi che servono sostanzialmente a stabilizzare chi è precario assumendolo con un contratto a tutele crescenti. Ma cosa succederà quando queste agevolazioni saranno finite? Il problema di fondo è che manca una strategia economico-industriale: oltre il 25% delle aziende italiane ha delocalizzato. Ma come si può pensare di costruire dei posti di lavoro, quando le aziende preferiscono portare lavoro altrove? In altri paesi, ad esempio in Germania o in Francia, le aziende hanno ricevuto un aiuto pubblico, in cambio dell’impegno a rimanere sul loro territorio tutelandone il sistema produttivo.”

Il tema della riforma previdenziale è molto acceso in questi ultimi mesi. Che cosa ne pensa?
“Sono 15 anni che si parla di riforma delle pensioni. Io ho perso il lavoro che avevo 51 anni, riuscendo ad accedere alla pensione 4 anni dopo, nel 2004, con 35 anni di contributi alle spalle. Le riforme delle pensioni sono sempre state fatte senza tener conto di quelli che sono costretti a rimanere nel guado, spostando progressivamente l’età pensionabile.”

Che cosa chiedete allo Stato come associazione?
“Una vera riforma delle pensioni dovrebbe essere fatta in modo tale da garantirne l’accesso a chi oggi, per varie ragioni, non è più ricollocabile: sono in tanti, persone di 62-63 anni con acciacchi o invalidità, soprattutto donne single, che hanno avuto incidenti e non sanno più come tirare avanti. Magari hanno una casa di proprietà, che però rischiano di perdere, a causa dei massicci debiti accumulati. Un’altra fascia della popolazione richiede l’approvazione del reddito di cittadinanza, che c’è in tutta Europa tranne in Italia e in Grecia. Tanti soldi vengono persi in corruzione, evasione fiscale e lavoro nero: bisognerebbe innanzitutto ristabilire un principio di legalità.”

In apertura: foto di Luna Vandoorne/Shutterstock.com

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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