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Do you Warhol?

Le amiche non sono tutte uguali. No. Ognuna, col passare del tempo, tende ad occupare una posizione precisa e ben distinta all’interno del nostro quotidiano. C’è quella della telefonata fissa una volta a settimana per riassumere i gossip più succulenti. Quella dello sfogo una-tantum. Quella del caffè rapido ma tutti i giorni. La compagna di bevute. L’amica che non si perde una serata della movida milanese. La spalla su cui piangere. Quella che riesce sempre a farti vedere il lato positivo anche in quei periodi offuscati da dubbi, incertezze e insoddisfazione generale. E poi c’è lei. Lei, sì. Quella che, con una facilità estrema, danza leggiadra occupandole tutte, le posizioni. Lei è perfetta. Sempre e comunque. Unica pecca: non abita nella tua città. Ma quando viene a trovarti… Non vi ferma nessuno! Beh. Barbara è una di queste, di amiche. Barbie di Roma, che ha abitato a Firenze e che si è appena trasferita in Veneto. Lei. Che ha un posto in affitto bloccato nel mio cuore.

Mostra di Andy Warhol

Milano, la mia città. Bugia… Sono di Varese, se proprio bisogna dirla tutta. Ma è qui che realmente riesco a sentirmi “a casa”. Questo intreccio di strade e persone trasuda arte, interesse, vita. Impossibile uscirne indenni. Puoi provare a scappare, di tanto in tanto. Ma lei saprà trovarti. Corteggiarti. E conquistarti. Sì. Lei, la mia Milano, è l’amante perfetta.

Warhol è vivo. Lo è davvero. Qui, nella città della Madonnina. E ha voglia di mostrarsi… Muri, metropolitane, pullman, riviste, giornali, fliers… Andy non si è risparmiato, a sto giro. Impossibile non esserne venuti a conoscenza. Sì. Mostra di Andy Warhol a Milano. Dal 24 ottobre 2013 al 09 marzo 2014. C’è ancora tutto il tempo del mondo… Io e Barbie ci siamo andate, quel mercoledì. Andy ha vinto su tutto. Shopping compreso. Mercoledì 06 novembre 2013, Palazzo Reale. Nell’aria un’inaspettata voglia di guardare il mondo sotto un’altra prospettiva. L’esigenza imponente di linfa vitale, colori ed effervescente curiosità. La pop art è un modo di amare le cose. Noi, quella mattina, eravamo in vena di amore…

La vita è fatta di proporzioni. Io sto a Barbara come Andy stava a Peter Brant, evidentemente. Certo, le differenze non tardano a farsi notare. Ok ok. Parliamo di anni ’60-’70 , della Grande Mela, di uno dei periodi più vivi dal punto di vista culturale ed artistico. D’accordo. Ma pur sempre di amicizia si parla. Più che Mostra di A. Warhol sarebbe da definirsi un omaggio a Peter. Sì, proprio lui. Non un semplice collezionista ma un vero e proprio personaggio che a soli vent’anni acquistò la sua prima opera dell’amico Andy. La plurinota raffigurazione della Campbell’s Soup. Peter Brant ha virtualmente aperto le porte di casa sua mostrandoci, nella più totale intimità, uno dei gruppi di opere più importanti dell’artista americano, ormai noto come padre della Pop Art. Intimità, sì. Fatecelo un giro alla mostra… E capirete cosa intendo. Otto sale. Oltre 150 opere tra tele, fotografie e sculture tutte generosamente concesse al nostro sguardo dalla Brant Foundation, appunto. Non c’è spazio per il vuoto. Nemmeno nell’aria. Troppa l’energia pulsante che strappa le tele nel tentativo di coinvolgerci. Pareti color tortora fanno da cornice a bianche citazioni Warholiane. Ci accolgono all’ingresso. Ci prendono per mano. E ci accompagnano… “I miei quadri non vengono mai come me li aspettavo, ma non me ne sorprendo mai” (My paintings never turn out the way I expect them to, but I’m never surprised) dice Andy, sussurrando dal muro dell’ultima stanza, in fondo a destra.

Warhol a Milano

Signore e signori silenzio in sala! Andy e Peter ci hanno fatti entrare a casa loro. Riempitevi gli occhi. Dipingetevi l’anima. E godete di questo spettacolo più unico che raro. Proiezioni video scaldano l’ambiente. Ed eccolo lì, Andy. Lui e il suo affascinante look scapestrato dal biondo platino. Lui e i suoi occhi alleggeriti da una greve montatura di occhiali grandi ma non abbastanza da contenere tutte le meraviglie di quel periodo. Perché “a face is like a work of art. It deserves a great frame”. Ed è in questo clima radical-chic che possiamo sbirciare le opere di Andy e carpire, in segreto, quello che fu l’irripetibile scambio culturale tra Warhol stesso e Brant. Lo ammetto. Ci ho provato… Sì. Cellulare alla mano e via! Foto, foto e ancora foto. Tralasciando la fatica per non farsi beccare e la sudata annessa, il risultato è stato il vero smacco. Non c’è niente da fare: l’arte va vissuta per poterci fare l’amore. Vista sul mio i-phone aveva perso quall’aura magica che mi aveva conquistata. Preso. Cancellato. Resettato. Sul telefono, s’intende. Perché i miei, di amori, vivono in eterno…

Mi muovo con estrema delicatezza (per quanto mi sia possibile…) e mi trovo faccia a faccia con un’imponente vetrina che ha scelto di occupare il cuore della terza stanza. Una cassa di Coca-Cola in legno dal color giallo canarino. E se anche nelle vostre teste fosse comparso l’eco del dubbio amletico “Che ci fa una cassa colorata di giallo in questa vetrina?”, non preoccupatevi! Lì, a lato, tra le sfumature del grigio tortora, le risposte si palesano con chiari caratteri incisivi. “Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu!”. Chapeaux. Geniale quest’uomo!
MARYLIN
Liz, nel frattempo, è rimasta tutto il tempo a fissarmi. Lei. Il suo trucco turchese. I suoi capelli nero corvino in netto contrasto con lo sfondo color cristallino. Il suo fascino che non viene intaccato dallo scorrere del tempo… Perdonami, Liz, ma ho appena visto Marylin rovinata in volto. L’avranno sporcata spostandola? Che è successo alla diva incontrastata dei secoli dei secoli? Devo scoprire. Devo andare a fondo… E la risposta non tarda ad arrivare. Nemmeno in questo caso. Blue Shot Marylin, ecco il nome dell’opera. Quello in mezzo agli occhi della rinomata attrice americana altro non è che il segno restaurato di uno dei colpi di pistola sparato da una certa Dorothy Podber. All’epoca aveva chiesto se poteva “colpire- shoot” quel quadro. Andy, credendo si trattasse di una foto (qui interviene l’ambiguità del doppio significato in inglese della parola “shoot–> sparare ma anche fotografare”) le aveva ovviamente dato il permesso di farlo. Sbang! Colpo dritto dritto in faccia. Lì, in piena fronte. La traccia del colpo è rimasta, sì. Forse per il padre dell’arte contemporanea quel connotato la rendeva ancora più umana. Forse – e sottolineo forse- proprio per quel motivo ha scelto di non restaurare eccessivamente il danno: “No, mi piace così, come se avesse una macchia o un brufolo”.

La mostra di quel fenomeno di Andy parla. Lui stesso lo fa. Lì, attraverso le sue opere. Sulle note delle sue citazioni. Nell’energia dei suoi colori. Con l’assurdità delle sue tecniche bizzarre ( vi dico solo che tra queste potete annoverare l’Oxidation. Date un’occhiata su internet per capire di cosa vi sto parlando. Forse chiamandoli Piss Paintings rendo di più l’idea?). Impossibile uscire da quella mostra senza uno di quegli inutili quanto meravigliosi gadget della stanza finale. Io son tornata a casa con un poster sotto braccio. Ha vinto lei su tutti, ovviamente. Lei. La mia Marylin…

ANDY WARHOL picture

Andy Warhol e Peter Brant sono ancora lì. Fino al 09 marzo. Casa loro può essere anche vostra. Per un giorno… Cosa state aspettando?

“Non ho mai desiderato diventare un pittore. Volevo fare il ballerino di tip-tap…” Cit. A. Warhol

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