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EDITORIALE – Un paese ostaggio di un leader finito

Che cosa sta succedendo in queste ore convulse? Assolutamente nulla d’imprevisto, è solo la naturale conclusione di una vicenda che dura da troppo tempo. Il nostro paese è da ormai diversi anni in ostaggio di un leader finito, che si ritiene perseguitato dalla Magistratura e non ne riconosce le sentenze, che si fa beffe non solo della “ritualità” istituzionale, ma anche della prassi che vorrebbe il leader del più grande partito comportarsi con moderazione e rispetto dei ruoli.

giovanni floris ballarò

E invece, la richiesta di un “gesto eclatante” dei suoi Ministri per influenzare il voto sulla sua decadenza da Senatore –  le dimissioni dal Consiglio dei Ministri – è l’ennesimo gesto sopra le righe del “Caimano”, uno dei tanti cui ci ha abituato Silvio Berlusconi. Ma in questo momento per l’Italia è una decisione di una gravità ed irresponsabilità inaudite.

Le elezioni politiche del 2013 hanno prodotto un’alleanza innaturale, ma l’unica possibile in uno scenario politico che vede un centrodestra in declino ancorato ai destini di un leader finito ed un centrosinistra vittima delle debolezze del PD, un partito lacerato da conflitti irrisolti tra (presunti) leader e potentati locali.

Eppure PDL e PD hanno scelto di stare insieme al Governo (governare è un’altra cosa…): una soluzione di estremo compromesso, ma l’unica possibile per evitare ulteriori tensioni sui mercati ed una catastrofe ancora maggiore per la nostra economia, una soluzione per la quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si è prodigato al massimo, impegnandosi a 87 anni in un nuovo settennato.

E invece in queste ore tutto sembra dover fallire, ogni tentativo di far ragionare Silvio Berlusconi è andato a vuoto. Il vecchio e consunto leader si muove nel solco del motto “mors tua vita mea”, pur sapendo che condannando a morte il Governo guidato dal “generoso” Enrico Letta rischia di condannare a morte un intero paese. E’ ora di dire basta!

Il Pdl – o Forza Italia che sia – dovrebbe ribellarsi al suo fondatore per trovare nuovo vigore e nuovi consensi nella grande opera di salvataggio del paese, nella quale è impensabile che il maggiore partito non abbia un ruolo determinante. Per fare questo, però, ci vogliono un cambio di strategia e di leadership, ma soprattutto un sussulto etico-politico, che al momento non sembrano assolutamente alle porte.

La via d’uscita più probabile per questa crisi sono nuove elezioni, ma altri mesi di incertezza non possono che danneggiare l’Italia, già alle prese con la crisi economica più lunga della sua storia. E se l’aumento dell’IVA al 22%, annunciato nello stesso giorno in cui Confesercenti certifica un saldo negativo di 20 mila esercizi commerciali nei primi 8 mesi dell’anno, è solo l’inizio di un escalation fiscale necessaria a far quadrare i conti del bilancio statale, c’è davvero da preoccuparsi.

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