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Edvard Munch: Il bacio che ci toglie il fiato

Si baceranno per l’eternità, lo fanno dal 1897, non hanno mai smesso, perché dovrebbero farlo ora? Non lo faranno, noi che facciamo i guardoni e loro non sanno nemmeno che esistiamo. Loro, gli innamorati de Il bacio di Edvard Munch, un uomo e una donna in una stanza (sì, un saluto a Gino Paoli), che si vivono pienamente con tutto il corpo il momento di un saluto, restando in Quello e non importa che una tenda azzurra faccia entrare una sottile luce alle loro spalle, la notiamo anche noi ora, dopo che per anni ci siamo fatti togliere il fiato da questo bacio. Puntuale, come solo l’Arte e la Natura sanno fare, cade l’anniversario della morte di Munch (12 dicembre 1863-23 gennaio 1944), e il suo bacio ci ricorda quanto riusciamo a darci restando distanti da quel fenomeno di insicurezza e di ricerca nell’altro di autostima, che altro non è che il selfie.

Stanislaw Przybyszewski, poeticamente scrivendo de Il bacio, “Vediamo due figure umane i volti delle quali sono fusi l’uno nell’altro. Non è riconoscibile neppure un lineamento: ciò che si vede è unicamente il punto dove avviene la fusione, dall’aspetto di un orecchio enorme che nell’estasi del sangue è diventato sordo. Sembra una pozza di carne liquida” ed è incredibilmente naturale come questa pozza si sia generata dopo l’Adolescenza, dipinto che Munch ha creato nel 1893.

Ne l’Adolescenza vediamo una ragazza esile senza vestiti seduta sul bordo di un letto che non ha né inizio né fine, sulla parete la sua ombra scura, davanti a noi tutte le sue insicurezze e le sue fragilità. Munch dell’ombra ne aveva scritto nel “Manifesto di Saint Cloud”, “Quando passeggio al chiaro di luna / tra le vecchie sculture ricoperte di muschio, che ora conosco una per una / rimango atterrito dalla mia stessa ombra / Dopo aver acceso la lampada, vedo improvvisamente / la mia ombra enorme che va dalla parete fino al soffitto / E nel grande specchio sopra la stufa vedo me stesso / il mio stesso volto spettrale / E vivo con i morti / con mia madre, mia sorella, mio nonno e mio padre / soprattutto con lui / Tutti i ricordi, le più piccole cose / vengono alla superficie…“. Vengono alla superficie anche in questi scatti, da chi lo fa per gioco a chi non vuole sentirsi escluso da un atto che fanno tutti, l’immagine del corpo ci parla da sola. Ci sono voluti 4 anni per staccare, con una pennellata di eternità, quell’insicurezza. Potrebbe mancare poco per dire “Basta selfie: ti bacerò per tutta la vita”. Il grido, è un’altra storia…

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