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El Cristo Ciego recensione, Murray e la via Crucis di un “fanatico” Messia

Tra i film in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 non è passato inosservato il secondo lungometraggio del trentenne regista cileno, Christopher Murray: “El Cristo Ciego.” Si tratta di una pellicola dalla durata di 90’ che tende a evidenziare il rapporto dell’uomo con la propria fede. È un viaggio introspettivo, una via Crucis dei tempi moderni, ambientata nei luoghi più poveri del Cile: le location scelte dal giovane regista, infatti, sono quelle della Pampa Tamarugal, una vasta area di deserto cileno in cui è la povertà a farla da padrona. Un viaggio condito dal fenomeno dello story-telling: Murray non ha scelto storie create ad hoc per la realizzazione del suo lungometraggio: “Ho tratto spunto da storie vere che ho conosciuto durante i miei studi di teologia. È il protagonista Michael a raccontarli alla gente del posto, cercando di purificare le loro anime.”

El Cristo Ciego va rivisto una seconda volta per comprendere, appieno, la qualità della pellicola: se si va alla ricerca di un lungometraggio movimentato, denso di dialoghi, dinamico e scorrevole, non è il film giusto da vedere. Murray ha dato vita a una pellicola riflessiva, ricca di passaggi significativi: sono 90’ di introspezione dell’io in rapporto con la propria fede. Dalla poltrona della sala cinematografica, lo spettatore viene trasportato sul grande schermo, indossando i panni di Michael: questo giovane uomo convinto di essere il “Messia”, di poter davvero essere il Cristo terreno di una terra martoriata come il Cile. Il protagonista, Michael Silva, cercare di emularne appieno le gesta decide di incamminarsi lungo il deserto a piedi nudi, scalzo, disposto alla sofferenza. Come se il suo sacrificio potesse diventare il dono di scambio da offrire a Cristo, così da poter vedere realizzato il suo sogno: essere lui il portatore dei miracoli nel mondo terreno.

In un lungo viaggio di introspezione della fede, però, non manca anche uno dei temi più attuali e, ancora oggi presente nell’universalità religiosa: pregare affinché quello che noi desideriamo possa accadere. Affidarsi nelle mani di Cristo per guarire da malattie che, se prese per tempo, sarebbero facilmente curate da medici specializzati. E quando si perde i propri cari mettere in dubbio la parola di Cristo, la sua esistenza; potremmo chiamarla la fede del compromesso: se tu mi deludi io non ti credo. Ma il termine migliore è “fanatismo religioso”, lo stesso che caratterizza il protagonista de “El Cristo Ciego”.

Dal punto di vista cinematografico molto buone sia le musiche scelte che la fotografia, curata da Inti Brones; le prime riescono a mantenere alta l’attenzione dello spettatore, anche durante lunghi silenzi. La seconda, invece, è dettagliata, curata con particolare minuzia: El Cristo Ciego si apre con un giovane ragazzino disposto a farsi crocifiggere il palmo delle mani come dono a Cristo, prosegue con il protagonista coinvolto dalle fiamme del fuoco e conclude, la lunga sequenza, con un primo piano intenso sulle braccia di un uomo maturo e diventato ormai lavoratore. I dettagli della povertà non vengono messi in secondo piano, tutt’altro: i tatuaggi dei galeotti, la dentatura imperfetta delle donne, le cicatrici sul volto dei ragazzini. Tutti uomini diventati attori per 90’, prima di tornare alla quotidianità di tutti i giorni: alla difficile vita della Pampa Tamarugal.

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