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Elezioni comunali 2016: Raggi, Appendino e poi il nulla

Partiamo dai fatti: complessivamente, considerando tutte le regioni, le elezioni comunali 2016 hanno interessato gli elettori di 1.363 comuni. Di questi 1363 comuni ovviamente i più seguiti, mediaticamente parlando, sono stati Roma, Milano, Bologna, Torino, Trieste, Cagliari e Napoli. Le sorti sono ormai chiare al pubblico: Virginia Raggi trionfante a Roma, sorpresa Chiara Appendino a Torino, Giuseppe Sala al foto finish a Milano, Virginio Merola scontato a Bologna, Luigi De Magistris senza avversari a Napoli, Roberto Dipiazza ultimo dei mohicani a Trieste ed infine Massimo Zedda al primo turno a Cagliari. Ebbene il computo indica: due grandi città al Movimento 5 Stelle, tre al Partito Democratico, una alla Sinistra ed una al Centrodestra. Considerando questi dati, l’avanzata dei pentastellati è indubbia, tanto indubbia che gli stessi voti totali del Movimento a questa tornata elettorale sono prova certa della cavalcata. Eppure al di là di un paese che si sta avviando verso una tripartizione delle forze, c’è anche un mondo fuori dai grandi raccordi, un mondo chiamato provincia, in cui la penetrazione del Movimento è fallita.

Un dato di fatto, considerando il totale dei comuni conquistati dai 5 stelle. Ma facciamo i nomi, tanto per chiarire: Virginia Raggi (Roma), Chiara Appendino (Torino), Salvai Luca (Pinerolo), Bongiovanni Marco (San Mauro Torinese), Sartini Francesco (Vimercate), Ferro Alessandro (Chioggia), Gennari Mariano (Cattolica), Ascani Roberto (Castelfidardo), Anselmo Sabrina (Anguillara Sabazia). Terza fila da SX: Lorenzon Daniele (Genzano di Roma), Colizza Carlo (Marino), Casto Angelo (Nettuno), Parisi Vito (Ginosa), Innamorato Raimondo (Noicàttaro), Verri Viviana (Pisticci), Massidda Paola (Carbonia), Surdi Domenico (Alcamo), Carmina Ida (Porto Empedocle), Alba Anna (Favara). Forse la ragione di tutto ciò è la stessa per cui questa forza politica si è affacciata al mondo della cosa pubblica italiana: la rottura. Rottura con il passato, rottura con il presente, rottura con il futuro. Eliminiamo la triste nomea di “voto di protesta” e cominciamo a paventare la possibilità che il Movimento sia la conseguenza di mesi, se non anni, di sentimento anti politico creatosi dopo la grande crisi. Crisi che a quanto pare sembra non essere passata.

Ma al di là della politica c’è la triste proporzione di un 19 a 1363. Detta così è un ecatombe, eppure i quotidiani italiani e internazionali cavalcano l’onda, esprimendosi sulle elezioni comunali 2016 come il trionfo del Movimento 5 Stelle. Pardon agli analisti, pardon ai titolisti, pardon agli agenti pubblicitari: l’M5S non ha trionfato. La doppia trappola in cui si rischia di cadere è semplice, da una parte considerare solo il 19 a 1363, dall’altra considerare solo la percentuale. Perché, e non è un caso, da quando l’M5S è comparso nel mondo della politica l’affluenza alle urne ha avuto un tracollo vertiginoso. Il paradosso dovrebbe saltare all’occhio: coloro che gridano alla maggiore Democrazia sono gli stessi che hanno, con il loro modo di comunicare, minato tutto ciò. Circa il 40% degli aventi diritto al voto non hanno esercitato questo gesto. Clima terroristico e caccia alle streghe, eravamo abituati alla radicalizzazione della politica, ma non al laicismo della cosa pubblica.

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