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Elle recensione: Paul Verhoeven ci presenta la banalità del male

Paul Verhoeven consegna al grande schermo un manuale di crudezza, cinismo e assoluta normalità. Proprio la vita quotidiana è il terribile tema affrontato dal regista, che si ispira per questa pellicola al libro Oh dello scrittore francese di origini armene Philippe Djian. Impossibile tentare una sinossi per un film che fondamentalmente ne è privo, unica possibilità di sintesi di questo estremo lavoro è lo stesso volto di Isabelle Huppert – non a caso musa di un altro maestro del dolore sordo, Michael Haneke. Elle si incanala perfettamente nel filone del cinema che mostra la cultura dell’ossessione, la perversa meschinità dell’animo umano, ma lo fa con una semplicità quasi imbarazzante. Non servono musiche enfatizzanti, né scene cruente e neppure giochi erotici al limite dell’incredibile, a Paul Verhoeven basta una figlia che neghi la mano alla madre in punto di morte per mostrarci quanto orribile possa essere l’esistenza umana. La pellicola, chiusa nel perverso cinismo dell’iper-realismo cinefilo, ci mostra la Huppert nel ruolo in cui spesso l’abbiamo conosciuta grazie a film come La Pianista, Amour o Il tempo dei Lupi, donna ricca di irrisolti con la vita o forse semplicemente donna normale, non lo sapremo mai, perché l’unico legame emotivo che traspare in lei con il mondo è quello prettamente sessuale. Elle resta indefinibile fino alla fine della trama, vive nel suo mondo fatto di violenza e di borghesia risibile tanto che lei stessa ad un certo punto non può che chiedere alla madre: “Ma come fai a essere così grottesca?“, ma ad essere grottesca è l’intera storia a cui assistiamo o meglio la vita stessa.

La violenza è il fil rouge di tutta la vicenda. Si inizia con una scena di stupro, rissoso, ma tutto sommato quasi accolto passivamente dalla protagonista. Nessuna denuncia, nessun desiderio di condividere con gli altri quanto le è accaduto. Questo perché Elle è sedotta dalla violenza, ci sguazza: progetta videogiochi con scene di stupro, tradisce l’amica e allo stesso tempo ne è l’amante, cerca di distruggere ogni brandello di rivalsa sentimentale altrui. In particolare proprio le gioie affettive risultano particolarmente cacofoniche, infatti per tutta la pellicola ogni amore è destinato ad essere tragicomico: il figlio di Elle diventa padre di un bimbo che non è suo, la madre si fidanza con uno gigolò, l’ex compagno ama una donna decisamente più giovane che con lui ha poco o nulla a che spartire.

Su questo sfondo di amori e violenze si staglia il padre di Elle, indubbiamente figura cardine del film. Elle è infatti figlia del mostro Georges Leblanc, pluriassassino ed ergastolano e proprio lui ha dato il via al banchetto di violenza e cinismo che trionfano nella vita della donna. Lui l’ha resa complice dei suoi delitti, è stato proprio lui ad introdurre l’allora bambina alla violenza, proprio come ci si aspetta da ogni figura genitoriale: i primi dolori, le prime brutalità che condurranno alle infinite deviazioni nell’animo di ciascuno. Non è un caso che Elle, dopo aver visto il cadavere del padre ed avergli sussurrato “Venendo qui, io ti ho ucciso“, tenti di sganciarsi dall’abitudine all’abuso che ormai la pervade confessando all’amica il tradimento, mettendo fine al suo perverso gioco sessuale e accogliendo a casa il figlio.

Emblematico poi il tema della religione, che presenta alcune venature sarcastiche all’interno del film: qui l’unica figura che pare uscire pulita ed intatta dagli infiniti dispiaceri della vita è la dirimpettaia di Elle, donna, appunto, molto devota, così devota da non sentirsi minimamente sfiorata dall’orrore che sta consumando chiunque attorno a lei.

In definitiva “Siamo tutti psicotici“, come ha dichiarato lo stesso regista nel corso di un’intervista ai Cahiers du Cinéma, in questo caso però vien spontaneo chiedersi se non ci sia anche molto di più all’interno della pellicola. La sottile accusa alle colpe genitoriali assume un significato sempre più pregnante date le improvvise svolte di Elle dopo la morte della madre ed in seguito del padre. In particolare è solamente dopo quest’ultimo evento che la donna inizia una vita senza abusi, ma resta da chiedersi se una vita costellata dalle violenze delle nostre deformazioni psicologiche – piccole o grandi – sia poi così spregevole.

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