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Eluana Englaro: a sei anni dalla morte, nessuna legge su eutanasia e testamento biologico

Il 9 febbraio di sei anni fa, nella clinica “La quiete” di Udine, è morta Eluana Englaro. Dopo diciassette anni in coma vegetativo a Lecco – in seguito ad un gravissimo incidente stradale avvenuto nel 1992 -, undici anni di lunghi processi e di attese, sedici sentenze, tra richieste respinte e ricorsi, e centinaia di appelli e proteste di associazioni cattoliche contrarie all’eutanasia, il 9 febbraio del 2009 alle 19.35, il medico anestesista Amato Del Monte ha dichiarato la morte dell’allora 38enne Eluana, dopo che tre giorni prima il personale della clinica di Udine le aveva interrotto l’alimentazione e l’idratazione forzata.

Il Parlamento, prima che scoppiasse il caso di Eluana Englaro, non aveva mai legiferato in materia, e il tema legato all’eutanasia e alla possibilità di un testamento biologico non era mai giunto al vaglio della nostra classe politica, nonostante gli appelli da parte della stampa. Il vuoto politico doveva così essere colmato: per questo motivo Beppino Englaro, ‘padre coraggio’ di Eluana, ha fatto richiesta alla magistratura. Sono passati undici lunghi anni da quel 1997 – anno in cui l’uomo è diventato tutore legale della figlia – prima che Beppino ricevesse una risposta. Lui è stato il primo a capire che quella che stava vivendo sua figlia Eluana era una ‘non vita’, costretta dal coma in un letto di ospedale, completamente disarmata e senza volontà alcuna.

Non la pensavano così però molti esponenti politici che con fermezza si sono opposti alla battaglia di Beppino Englaro per ridare dignità e libertà a quella figlia che oramai aveva perso in quel lontano 1992, dopo il terribile incidente. È stato proprio in quel momento che il sorriso di Eluana si è spento, in quel momento è finita la sua vita, diciassette anni prima che un documento firmato da un medico accertasse legalmente l’avvenuta morte. All’epoca, nelle piazze e sui giornali il dibattito è diventato un vero e proprio scontro: associazioni cattoliche hanno messo in atto manifestazioni per fermare il piano ‘diabolico’ di Beppino Englaro, tacciandolo quasi come un ‘assassino’. L’allora ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, decise di rendere illegale staccare il sondino che alimenta i malati come Eluana in tutte le strutture del servizio sanitario nazionale (questo è stato il motivo che ha spinto la famiglia di Eluana a trasferire la figlia da Lecco ad Udine).

Altri parlamentari hanno opposto una ferma resistenza all’avanzata legale di Beppino Englaro: tra questi, Silvio Berlusconi, che basava la sua campagna pro vita sul fatto che “Eluana Englaro ha ancora le mestruazioni, potrebbe avere dei bambini”, o almeno questo aveva dichiarato in una seduta parlamentare straordinaria, per tentare di scongiurare la fine dell’accanimento terapeutico. Secondo le dichiarazioni di Berlusconi, infatti, Eluana, che oramai da svariati anni si trovava in coma, aveva la possibilità di generare un figlio; ma poi – a posteriori – ci si chiede: come? Forse tramite la riproduzione assistita, anche se la legge 40 esclude alle donne sole l’accesso a tali tecniche riproduttive, oppure “come natura vuole”, frase tanto cara al mondo cattolico, con un rapporto sessuale al quale però Eluana non avrebbe potuto acconsentire. La visione di Berlusconi su Eluana si fermava dunque a questo: la ragazza era viva perché il suo corpo poteva funzionare come incubatrice, anche se lei mai più avrebbe avuto la possibilità di esprimere la propria volontà. Eluana era dunque ‘libera’ di procreare, ma non era libera di ricevere una degna morte, così come lei avrebbe voluto.

Più tardi però, questa libertà le è stata concessa dalla magistratura: la lotta di Beppino Englaro è durata undici anni, mentre il corpo della figlia invecchiava in una stanza di una clinica di Lecco, ma alla fine la sentenza definitiva è arrivata. Alcuni rami del Parlamento, di fronte alla risposta della magistratura, hanno sollevato un conflitto di attribuzione, parlando di ‘sentenza creativa’. Quando la notizia della morte di Eluana Englaro è arrivata in Aula, l’allora presidente Renato Schifani, ha chiesto ai senatori di osservare un minuto di silenzio, mentre l’esponente del Pdl Gaetano Quagliariello ha urlato “Eluana è stata ammazzata”.

Beppino Englaro è stato accusato di avere accelerato i tempi di interruzione dell’alimentazione della figlia in parallelo all’iniziativa legislativa. Poco dopo il disegno di legge è stato ritirato e ancora oggi, a sei anni di distanza dalla morte di Eluana Englaro e dopo che molti altri casi simili al suo sono stati registrati, come quello di Piergiorgio Welby o di Paolo Ravasin, l’Italia non ha ancora una legge che riconosca a queste persone la possibilità di avere un’assistenza e una morte dignitosa, non riconosce la possibilità di scegliere di morire quando ancora si è ‘in vita’, quando ancora le facoltà intellettive dell’individuo gli permettono di poter scegliere per se stesso. La lotta di Beppino continua ancora oggi perché “Nessuna famiglia dovrà patire quello che abbiamo subito. Io posso solo continuare a battermi per una legge che rispetti la persona, che non dia ad altri se non a lei stessa il diritto di decidere del proprio corpo” (Beppino Englaro – La vita senza limiti).

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